La biodiversità europea rischia il declino totale. L’agenzia Ue per l’ambiente lancia l’allarme
Agricoltura “insostenibile”, espansione urbana incontrollata, inquinamento e leggi ambientali inattuate. A pochi giorni dal contestato accordo sulla Pac, ecco le principali minacce al patrimonio naturale del Vecchio Continente
Bisogna fare molto di più e con molta più urgenza. Lo mette nero su bianco anche il recente rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente, Lo stato della natura nell’Ue, che sottolinea come l’Europa andando di questo passo potrebbe non raggiungere i target di conservazione previsti dalle direttive. E infatti, parlando di biodiversità, la maggior parte delle specie protette dal’Unione europea, come il falco Saker e il salmone del Danubio, e gli habitat, dalle praterie alle dune in tutta Europa, hanno davanti a sé un futuro più che incerto. Sono minacciati soprattutto da agricoltura intensiva, espansione urbana incontrollata e attività forestali insostenibili, oltre che dall’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo così come dal continuo sovrasfruttamento degli animali attraverso la caccia e la pesca illegali o non sostenibili.

Agricoltura intensiva e perdita degli habitat
Minacce aggravate da alterazioni a fiumi e laghi, come dighe e estrazione di acqua, specie aliene invasive, cambiamenti climatici e mancata attuazione delle leggi ambientali. L’abbandono dei terreni agricoli, poi, contribuisce al continuo declino degli habitat seminaturali, come le praterie, e delle loro specie, come le farfalle e molte specie di uccelli. Una lista che inquieta, soprattutto in questo momento storico così confuso, a pochi giorni dalla delusione per una Pac a dir poco compromessa. Il 60% dei fondi per il supporto agricolo assegnati ancora una volta alle grandi aziende intensive, infatti, non preannunciano certo la svolta verde tanto sbandierata con il Green Deal.
Un rigore maggiore
Insomma, è un quadro per niente rassicurante quello che emerge dal rapporto, che Virginijus Sinkevičius, Commissario per l’ambiente, gli oceani e la pesca, non esita a definire “il controllo sanitario della natura più completo mai effettuato nell’Ue”. Sinkevičius spiega: «Il rapporto mostra molto chiaramente che stiamo sempre più perdendo il nostro sistema di supporto vitale. Fino all’81% degli habitat a livello dell’Ue è in cattive condizioni, con torbiere, praterie e habitat dunali che si deteriorano sempre di più».

Una consapevolezza che deve portare ad un rigore maggiore, proprio da parte della stessa Unione Europea: «Abbiamo urgente bisogno di mantenere gli impegni della nuova strategia Ue sulla biodiversità per invertire questo declino a beneficio della natura, delle persone, del clima e dell’economia».
Conservazione scadente
I dati analizzati mirano a identificare i successi e le carenze nella conservazione della natura, le pressioni, le minacce chiave e lo stato delle attuali misure di conservazione. La relazione dell’Aea, che si basa sui dati comunicati dagli Stati membri dell’Ue, ed è il più ampio e completo esempio di raccolta e comunicazione di dati effettuato in Europa sullo stato della natura, mostra anche risultati positivi negli sforzi di conservazione. Sia il numero che l’area dei siti protetti nell’ambito della rete Natura 2000 sono aumentati negli ultimi 6 anni e l’Ue ha raggiunto gli obiettivi globali in circa il 18% della sua superficie terrestre e quasi il 10% dell’area marina protetta. Tuttavia, il progresso complessivo non è sufficiente per raggiungere gli obiettivi della strategia dell’Ue sulla biodiversità fino al 2020. La maggior parte degli habitat e delle specie protette presenta infatti uno stato di conservazione scadente, secondo la valutazione dell’Aea. Dei tre gruppi principali studiati, gli habitat e gli uccelli restano particolarmente indietro mentre il gruppo di specie diverse dagli uccelli ha quasi raggiunto l’obiettivo.
I (pochi) dati positivi
Il rapporto indica che i risultati migliori si sono ottenuti principalmente su scala nazionale o regionale. Diverse specie e habitat hanno mostrato miglioramenti, come la rana agile in Svezia, le lagune costiere in Francia e il gipeto, uccello rapace della famiglia Accipitride, in generale in tutta l’Unione europea. La Rete Natura 2000, rete di siti di interesse comunitario, e di zone di protezione speciale creata dall’Unione europea per la protezione e la conservazione degli habitat e delle specie, mostra effetti positivi per molte specie e habitat. Ad esempio, gli habitat costieri e dunali, che sono meglio coperti dalla rete, hanno uno stato di conservazione migliore rispetto agli habitat che sono coperti meno o marginalmente.

Il monitoraggio degli Stati membri
C’è chiaramente la speranza che sia la nuova strategia dell’Ue sulla biodiversità per il 2030 che la strategia Farm to Fork, entrambe elementi centrali del Green Deal europeo, portino in una direzione di maggiore ampliamento della rete delle aree protette, oltre ad impostare un piano di ripristino. Ma, ammonisce l’Aea, oltre a queste nuove politiche, sono necessari ulteriori sforzi per migliorare le capacità di monitoraggio negli Stati membri per sostenere gli obiettivi. Attualmente persistono molte lacune nei dati, soprattutto per le specie e gli habitat marini.
Sono inoltre necessari più dati per valutare appieno il ruolo della stessa Rete Natura 2000. Infine, il rapporto sottolinea che l’attuazione della legislazione dell’Ue deve essere notevolmente migliorata.
Ripristino degli habitat e implemento della protezione
Per quanto riguarda i dati, è significativo che circa la metà (47%) delle 463 specie di uccelli nell’Ue è in buono stato, il 5% in meno rispetto all’ultimo periodo di riferimento 2008-2012. Ovvero, la proporzione di uccelli in cattive condizioni è aumentata del 7% negli ultimi sei anni per raggiungere un totale del 39%.A livello nazionale, circa il 50% delle tendenze demografiche in miglioramento riguarda principalmente gli uccelli marini e delle zone umide per i quali sono stati designati siti della rete Natura 2000, come il Ruddy Shelduck o il Black Guillemot. Gli uccelli da riproduzione, invece, come la gru e il nibbio reale, hanno la percentuale più alta di rapporti che mostrano un miglioramento delle tendenze della popolazione. Ciò è dovuto all’implemento della protezione o del ripristino dell’habitat e al miglioramento della conoscenza e del monitoraggio.

Le regioni marine e la carenza di dati
Solo il 15% degli habitat presenta un buono stato di conservazione, mentre ben l’81% ha uno stato di conservazione scadente o cattivo. Praterie, dune e habitat di torbiere, e paludi mostrano forti tendenze al deterioramento, mentre le foreste hanno le maggiori tendenze al miglioramento. Rispetto al periodo di riferimento precedente, la quota di habitat con cattivo stato di conservazione è aumentata del 6%.La situazione delle regioni marine risulta invece poco chiara, lo stato di conservazione è spesso sconosciuto, cosa che riflette la mancanza generale di dati sulle specie. E proprio per quanto riguarda queste ultime, circa un quarto ha un buono stato di conservazione, con un aumento del 4% rispetto al periodo di riferimento precedente. Rettili e piante vascolari, come la lucertola muraiola italiana, il serpente a ferro di cavallo, l’agrimonia pelosa o la genziana gialla, hanno la percentuale più alta di buono stato di conservazione (35%).

Un futuro molto incerto
Le direttive Ue sulla natura, ossia le direttive Habitat e Uccelli, richiedono sforzi di conservazione per oltre 2000 specie e habitat in tutta l’Ue, come sottolinea Hans Bruyninckx, Direttore esecutivo dell’Aea:
«La nostra valutazione mostra che la salvaguardia della salute e della resilienza della natura europea e del benessere delle persone richiede cambiamenti fondamentali nel modo in cui produciamo e consumiamo cibo, gestiamo e utilizziamo le foreste e costruiamo città. Questi sforzi devono essere associati a una migliore attuazione e applicazione delle politiche di conservazione, con un focus sul ripristino della natura, nonché un’azione per il clima sempre più ambiziosa, in particolare nel settore dei trasporti e dell’energia».
Sforzi che oggi, dopo il colpo di spugna che assegna il 60% dei fondi agricoli alle aziende intensive, appaiono sempre più disperatamente necessari.
Scrive per noi

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Valentina Gentile è nata a Napoli, cresciuta tra Campania e Sicilia, e vive a Roma. Giornalista, col-labora con La Stampa, in particolare con l’inserto Tuttogreen, con la testata online Sapeream-biente e con il periodico Libero Pensiero. Ha scritto di cinema per Sentieri Selvaggi e di ambiente per La Nuova Ecologia, ha collaborato con Radio Popolare Roma, Radio Vaticana e Al Jazeera English. In un passato non troppo lontano, è stata assistente di Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma, e ha insegnato italiano agli stranieri, lingua, cultura e storia del cinema italiano alle università americane UIUC e HWS. È cinefila e cinofila, ama la musica rock, i suoi amici, le sfogliatelle e il caffè. E naturalmente l’agricoltura bio in tutte le sue declinazioni, dai campi alla tavola.
Contatto: Valentina Gentile
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