Biologico e biodinamico, integrato, sostenibile. L’approccio di Bioagricert

Nasce negli anni ’80 da una cooperativa di tecnici. Oggi certifica 14.000 aziende in Italia e non solo. Affiancando diversi schemi di certificazione che guardano verso modelli a basso impatto ambientale. A colloquio con  Alessandro Pulga, direttore commerciale e servizio clienti

Continua la nostra esplorazione degli organismi di controllo e certificazione del biologico. Questa volta abbiamo incontrato Alessandro Pulga, direttore commerciale e servizio clienti di Bioagricert. Pulga si avvicina al mondo del biologico “per caso” appena laureato in Agraria facendo il suo tirocinio presso uno dei primi consorzi di produttori biologici e biodinamici dell’Emilia-Romagna. Lavora poi per Aiab come ispettore e vivendo il passaggio dai marchi privati di tutela basati su disciplinari e sistemi di controllo volontari e la certificazione regolamentata, introdotta per la prima volta nel settore bio grazie all’ormai storico Ce n° 2092/91.

 

Alessanro Pulga è direttore commerciale e servizio clienti di Bioagricert
Alessandro Pulga è direttore commerciale e servizio clienti di Bioagricert

In quasi trent’anni di carriera, Pulga ha rivestito la carica di ispettore, coordinatore regionale, fino a coprire ruoli dirigenziali in uno dei principali organismi di controllo italiani.

Da circa tre anni è entrato nell’organico di Bioagricert dove copre un ruolo che giudica «particolarmente congeniale alle sue attitudini e alle sue precedenti esperienze professionali».

Bioagricert è uno degli organismi di controllo e certificazione autorizzati per la certificazione biologica. Ci racconta la sua storia?
Bioagricert nasce nella prima metà degli anni ‘80 come cooperativa di tecnici. È quindi una storica organizzazione del settore del bio. A differenza di altri organismi si inquadrò subito come una struttura di tecnici e avviò il suo percorso come ente di controllo e certificazione quando ancora si lavorava con standard volontari privati, prima dell’avvio della certificazione regolamentata europea del ’91 che è stato il primo approccio a un sistema di certificazione che vedeva il coinvolgimento dell’autorità pubblica. Nel corso degli anni l’organizzazione si è strutturata fino a diventare, nel 1995, una srl e con la crescita nel settore del biologico abbiamo, nel tempo, attivato altri schemi di certificazione che avevano evidenti sinergie e affinità con quella biologica europea. Tra queste le certificazioni biologiche che servono per la commercializzazione all’estero come per esempio il Nop (Stati Uniti), il Jas (Giappone) e il Cor (Canada), ma anche altri tipi di certificazione che avevano dei punti di contatto con il mondo agroalimentare e della certificazione di prodotto e che potevano essere utili alle aziende certificate biologiche. Lavoriamo molto anche nel settore delle denominazioni di origine e in quello dell’agricoltura integrata.

Non è un controsenso che un ente che ha ottenuto il riconoscimento del Ministero dell’Agricoltura quale organismo nazionale autorizzato al controllo e certificazione delle produzioni biologiche si occupi anche di produzione integrata?
Da principio è stata una questione un po’ delicata perché l’agricoltura integrata, se escludiamo la condivisione delle tecniche di lotta biologica, pareva essere in contrasto con quelli che sono i principi e l’orientamento principale delle nostre aziende certificate bio. Però offrire un sistema di garanzia e controllo anche nell’ambito dell’integrato è comunque un vantaggio per il sistema nel suo complesso.

 

La produzione integrata rappresenta ormai lo standard di riferimento nella grande distribuzione (Foto: mohamed Hassan da Pixabay)

Bisogna tener conto, infatti, che sul mercato ci sono molte aziende che praticano l’agricoltura integrata, che prendono aiuti comunitari e che vendono i loro prodotti valorizzando nella comunicazione al consumatore il loro metodo produttivo.

Nella Gdo l’integrato è diventato lo standard di riferimento per i prodotti con il marchio della catena distributiva anche se ultimamente stanno proponendo anche prodotti con un livello di agricoltura integrata avanzato che permette di avere anche un residuo che loro chiamano “residuo zero” e che quindi risulta molto simile a quello del biologico. Si rischiava quindi di avere sul mercato un sistema molto restrittivo ed estremamente controllato, come il biologico, ed un altro, quello integrato, meno restrittivo e, soprattutto, privo di effettivi controlli. La certificazione per la produzione integrata evita questo paradosso e va incontro all’interesse della collettività di avere controlli e garanzie anche per i produttori che praticano questo metodo di produzione. L’agricoltura biologica rimane comunque il nostro punto di riferimento. Ha avuto il grande merito di aver dato l’esempio, orientando tutti gli altri agricoltori verso un minore utilizzo di antiparassitari e un approccio più oculato e sostenibile alle produzioni. Mentre studiavo all’università, negli anni ’80, nessuno mi aveva mai parlato di agricoltura biologica ma oggi penso che questo metodo agricolo abbia rivoluzionato tutto il sistema facendo in modo anche gli agricoltori che non sono entrati nel circuito si stiano adeguando ad una tendenza di maggiore attenzione all’ambiente. E questa è una cosa molto positiva.

 

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Oltre al biologico e all’integrato ci parla di altri schemi che Bioagricert certifica?
Ultimamente stiamo lavorando con schemi innovativi che puntano a valorizzare anche altre dimensioni della sostenibilità e che possono andare a integrare e completare la certificazione bio. La normativa sul biologico se da un lato ha favorito notevolmente la crescita del biologico dall’altro ha imbrigliato il sistema in meccanismi un po’ troppo burocratici e, secondo il mio parere, anche verso un certo appiattimento di quelli che erano i principi ispiratori. Con queste certificazioni aggiuntive, quindi, le aziende più virtuose sono in grado di dare evidenza ai consumatori dei propri sistemi volontari, garantendo e valorizzando l’impegno verso requisiti migliorativi rispetto ai criteri minimi definiti dal Regolamento biologico comunitario.

Tra questi c’è la certificazione biodinamica sulla quale siamo impegnati nella fase d’ispezione o anche altri marchi volontari storici del biologico come, per esempio, la certificazione Naturland per la Germania, Krav per la Svezia o quella Biosuisse per la Svizzera.

Recentemente abbiamo avviato una proficua collaborazione con la World Biodiversity Association, un’associazione di naturalisti, botanici, zoologi o semplici appassionanti della natura con sede a Padova che, accanto a molteplici attività divulgative promuove un vera e propria certificazione identificata dal marchio Biodiversity Friend e uno standard volontario orientato a tutti gli agricoltori, non solo quelli biologici, che credono in un modello di agricoltura sostenibile, a basso impatto ambientale e ben integrata nel paesaggio. I biologici e naturalisti dell’associazione hanno definito un sistema scientifico per misurare la biodiversità nelle aziende agricole su tre principali livelli, la terra, l’acqua e le produzioni vegetali. Il disciplinare permette di certificare le prestazioni delle aziende in termini di biodiversità offrendo oggettività a un principio che il biologico propone fin dalla sua fondazione ma che, sebbene sia valorizzato e incentivato attraverso una serie di requisiti previsti nei diversi standard, non aveva ancora trovato un sistema di valutazione oggettivo e misurabile. È quindi una certificazione che potrebbe dare soddisfazione alle aziende che più si impegnano da questo punto di vista.

Un’altra certificazione interessante è quella relativa allo standard ProTerra per la responsabilità sociale e sostenibilità ambientale in agricoltura che nasce per garantire una produzione sostenibile anche sulle filiere agroindustriali più critiche.

Questa si basa su una sorta di decalogo, sono 10 i principi che vanno a costituire le fondamenta di uno standard molto articolato, che va dalla conformità alle norme nazionali e internazionali di settore, al rispetto dei diritti umani attraverso politiche di lavoro responsabili, dai piani di gestione ambientale alla gestione dei rifiuti, dall’uso sostenibile delle risorse idriche alla gestione efficace dell’energia fino alla tracciabilità del prodotto in tutta la filiera. Una certificazione che quindi copre più livelli puntando verso un’ampia valutazione della sostenibilità. Per tutte le produzioni a rischio ogm (soia, mais, colza, ecc.) lo standard impone stringenti requisiti non ogm che devono essere garantiti tramite test analitici approfonditi e sistematici da svolgere presso laboratori particolarmente esperti e qualificati.

 

 

Quante sono le aziende certificate da Bioagricert? Le aziende che si certificano rimangono fedeli o dopo un po’ escono dal sistema?
Complessivamente i clienti certificati sono circa 14.000 e di questi un po’ meno di 12.000 sono le aziende agricole e agroalimentari certificate per il biologico. Lavoriamo in tutto il mondo, abbiamo uffici strutturati in Messico, Tailandia e Romania, ma tra quelle certificate biologiche più del 90% sono aziende localizzate in Italia. Gran parte dei nostri clienti, fatta eccezione per le aziende agricole più legate ai finanziamenti e incentivi europei, tendono a rimanere nel sistema perché hanno intrapreso un percorso di miglioramento e inserimento all’interno di nuovi mercati che ha bisogno di tempo e di volontà per realizzarsi. Il verificatore è un soggetto che da una parte, il lato del controllo, lavora per conto dell’autorità pubblica ma dall’altra, attraverso la certificazione, valorizza l’impegno delle aziende e indirettamente le spinge a migliorare le proprie prestazioni. Noi paghiamo il nostro “peccato originale” e ci ritroviamo spesso a dover giustificare il fatto di essere pagati dalle stesse aziende che dobbiamo certificare, situazione peraltro comune a buona parte delle certificazioni, però non bisogna esasperare troppo questo problema del conflitto di interessi. Io la vedo più come una “coincidenza di interessi” tra aziende e certificatori relativa al fatto che entrambi hanno interesse che il sistema sia garantito agli occhi dei clienti finali, valorizzando chi fa bene e rendendo la vita difficile a chi invece fa il furbo.

Bioagricert oggi fa parte di un gruppo internazionale…
Sì, nel 2017 Bioagricert è entrato a far parte del gruppo statunitense FoodChain ID, leader nel testing genetico tramite Pcr e nella certificazione non Ogm. Come è accaduto per altri grandi organismi di controllo europei anche noi ci siamo aperti ad una tendenza in atto nel moderno contesto della certificazione del bio. La fusione ci ha permesso di aprirci su un mercato più ampio e di integrare le nostre certificazioni e i nostri accreditamenti a livello internazionale. Per me il confronto con i colleghi che operano in altri contesti e mercati è stato molto interessante dal punto di vista professionale oltre che umano.

 

Tra i fattori che Biocert valuta nei propri schemi di certificazione c'è la sostenibilità attraverso la riduzione degli imballaggi
Tra i fattori che Bioagricert valuta nei propri schemi di certificazione c’è la coltura non Ogm e l’obiettivo di sostenibilità attraverso la riduzione degli imballaggi (Foto: Pexels da Pixabay)

Complice la crescita del settore oltre ogni rosea aspettativa, noi del biologico tendiamo a volte ad arroccarci sul nostro Aventino pensando che il mondo della sostenibilità finisca oltre i confini dell’agricoltura biologica.

Il biologico, pur nel suo ruolo di sistema strutturato e maturo, si deve mostrare più disponibile a “farsi misurare” nelle sue performance di sostenibilità e deve avere anche la capacità di integrare nuovi requisiti e obbiettivi di sostenibilità come la riduzione dell’impiego degli imballaggi, possibilmente ottenuti con materiali riciclati e compostabili, aprendosi verso i nuovi approcci alla produzione agricola, alla tutela del territorio e della biodiversità che ho citato prima. Per altri aspetti, invece, ritengo che sia assolutamente strategico rimanere fedeli ai principi etici che hanno ispirato la nascita dell’agricoltura biologica, senza cadere nella trappola dell’eccesso di burocrazia e dei sofismi analitici. Da noi un controllo che evidenzia una contaminazione accidentale anche molto bassa e non dovuto a mancanze dell’agricoltore, è severamente punito perché, in Italia, il concetto di biologico si tende a farlo coincidere con l’assenza di residui.

 

L’Italia, non a caso, è uno dei pochissimi Paesi europei che ha autonomamente fissato delle soglie analitiche di legge per la contaminazione accidentale tecnicamente inevitabile anche molto basse, vale a dire 0,01 mg/kg = 10 ppb. Tali soglie ci costringono a de-certificare i prodotti anche nei casi in cui l’agricoltore ha dimostrato il pieno rispetto del metodo biologico e è solo semplicemente vittima delle contaminazioni ambientali. Questo approccio che nasce dell’obbiettivo, anche lodevole, di tutela del consumatore ha il difetto di assecondare una pericolosa linea di tendenza che, purtroppo, ha sfruttato fin troppo anche il marketing per la quale “biologico” coincide con prodotto pulito, sano, che fa bene, mentre la questione ambientale viene messa in secondo piano. Il consumatore italiano, infatti, è ancora troppo concentrato sui valori della salubrità e della propria salute mentre all’estero “biologico” coincide, in prima battuta, con attenzione e tutela dell’ambiente.

Concentrare troppo il valore dei prodotti biologici su aspetti prettamente tecnici e analitici rischia, per certi versi, di banalizzare il reale valore etico dell’agricoltura biologica che, non dobbiamo mai dimenticare, nasce come movimento verso una nuova agricoltura, un metodo attraverso il quale vengono salvaguardate le risorse e l’ambiente.

 

Scrive per noi

Carlotta Iarrapino
Carlotta Iarrapino
Analista, facilitatrice, comunicatrice e ambientalista. Laureata in economia a Firenze con master in Ambiente alla Scuola Sant’Anna di Pisa, svolge l’attività di consulenza dal 2000. È tra le fondatrici, nel 2008 di Contesti e Cambiamenti. Organizzazione, comunicazione e partecipazione le sue aree di intervento. È curatrice di BiodinamicaNews, la newsletter dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica.

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