Azienda agricola Boccea, la rivoluzione agro-culturale alle porte di Roma

Un’azienda di famiglia convertita con successo alla biodinamica dalla sua proprietaria, l’agronoma Anna Federici. Trecento ettari fra pascoli, seminativi, orto e uliveto, che rappresentano oggi un modello produttivo e un esempio di recupero del suolo in prossimità di una metropoli

Una storia che è un compendio di storia dell’agricoltura italiana. Con un percorso di riconquista che è una piccola rivoluzione culturale alle porte della Capitale. Quando nasce, negli anni ’50, l’Azienda Agricola Boccea, 270 ettari a Nord Ovest di Roma, è parte di un modello agricolo ancora non industrializzato, con circa cento famiglie che vivevano al suo interno. Come spiega Anna Federici, la proprietaria, nipote del fondatore:

«C’era la scuola, la chiesa, la caserma. Era veramente un borgo, con le mucche da latte, carne, cereali, foraggio, grano. Venivano le pecore. C’era un po’ di tutto».

Poi cambiò il modo di fare agricoltura, il nonno di Anna morì nel 1961 e le aziende rimasero, ma in una situazione di stallo.

 

Anna Federici durante una degustazione del suo olio extravergine
Anna Federici, a sinistra, durante una degustazione del suo olio extravergine

 

Dal Texas a Roma

Nel Duemila Anna Federici, che nel frattempo si era laureata in Agraria in Texas, decide di ricomprare l’azienda, con l’idea di convertirla al biologico. La sua formazione statunitense, paradossalmente, l’ha resa molto attenta al suolo: «Nonostante negli Stati Uniti l’agricoltura fosse estremamente industrializzata e chimica, gli studi sui terreni, sui suoli, sulle rotazioni, si facevano e anche molto bene. C’era grande attenzione ai suoli». L’azienda di famiglia non versa in buono stato:

«Quando ho ricominciato non c’era nulla, c’era un dipendente e tutti i fabbricati erano più o meno distrutti, è stato uno sforzo enorme».

Il sistema convenzionale risulta costosissimo, ci si indebitava per comprare tutti questi prodotti. Che, oltretutto, non facevano effetto perché: «Tutto dipende sempre da condizioni atmosferiche e climatiche, poi ogni volta usciva la cosa nuova che doveva essere miracolosa e non lo era».

 

La biodinamica, (ri)scoperta di pratiche consolidate

Alla ricerca di un metodo, una visione, una “struttura culturale”, l’avvicinamento alla biodinamica è inevitabile, a quel punto: «Ho trovato nella biodinamica dei metodi. Ho iniziato a leggere dei libri di Podolinsky, ho incontrato Carlo Noro, al quale ho poi fatto organizzare dei corsi in azienda, tutta una serie di pratiche agronomiche che non sono sconosciute. Tutti all’università hanno studiato le associazioni delle colture, come si devono proteggere i terreni dalle erosioni, che cosa significa il letame compostato rispetto a quello fresco, perché si usano i sovesci. La maggior parte delle pratiche biodinamiche erano consolidate, si facevano comunemente e che facevano parte dei corsi d’agraria da sempre. Sono pratiche fondamentali, tengono conto di tutto l’insieme che ci circonda».

Nell'azienda agricola Boccea si producono fra i tremila ai cinquemila litri d’olio extra vergine d’oliva biodinamico
Nell’azienda agricola Boccea si producono fra i tremila ai cinquemila litri d’olio extra vergine d’oliva biodinamico

 

Per la Federici, l’aspetto più interessante dell’agricoltura biodinamica è proprio la visione organica, «il considerare l’azienda come un organismo, è un passo in più oggi che l’agroecologia è una parola che tutti conoscono». Un po’ come un ecosistema in piccolo: «La tua azienda è il tuo ecosistema, un ecosistema antropizzato perché noi uomini viviamo sul pianeta e quindi coltiviamo la terra e non possiamo renderla selvaggia. È un po’ una mediazione, una collaborazione tra quello che fa l’uomo e la natura. Questo è il criterio».

 

Biodiversità agricola

E come ogni ecosistema che si rispetti, la biodiversità è il primo criterio che va perseguito, perché, spiega l’agronoma Federici, “più ce n’è, più l’ecosistema è resiliente”. No alla monocoltura, dunque, e sì alle diversificazioni aziendali: oggi, nei quasi 300 ettari tra pascoli, seminativi, orto e uliveto dell’Azienda Agricola Boccea ci sono circa 2000 ulivi piantati circa 50 anni fa, di varietà moraiolo, frantoio, canino e leccino, che producono ogni anno dai tremila ai cinquemila litri d’olio extra vergine d’oliva. Un olio biodinamico d’eccellenza, premiato nel 2019 con il premio Le Cinque Gocce di Bibenda. Ci sono poi tre mandrie di bovini da carne, circa 300 capi di razza marchigiana, limousine e meticcia. Si producono verdure e ortaggi di ogni tipo. Insalate, cavoli, broccoli, pomodori, melanzane, peperoni, zucchine romanesche, patate, radicchio, rape, cipolle, cipollotti, carote, porri, cicoria da taglio, bieta, spinaci, fave, piselli, fagioli, lenticchie, grano. In più fieno e granaglie per il fabbisogno interno. Ultimo nato, un progetto inaugurato lo scorso anno; un pollaio aziendale, in cui i pulcini entrano in azienda a 1 giorno d’età e vengono allevati per non meno di 90 giorni.

 

Il tempo del suolo

All’inizio, ricorda Federici, la prima cosa fatta è stata chiedere certificazione bio e Demeter. Nel frattempo, durante la conversione, si è formata. «All’inizio sono stata un po’ tiepida, abbiamo convertito smettendo di utilizzare i vari tipi di concime, abbiamo introdotto una mandria in azienda, abbiamo inserito le rotazioni colturali, smesso di arare in profondità i terreni. Tutte cose che richiedono tempo». Ma in quanto tempo un’azienda si può convertire, con successo, alla biodinamica? E quanto ce ne vuole affinché il suolo possa considerarsi recuperato? « Noi ci abbiamo messo parecchio tempo, ma perché siamo stati tiepidi. Quindi iniziando nel Duemila i primi risultati concreti li ho visti nel 2012, ma mi pento oggi di non aver avuto quella sicurezza».

 

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Federici spiega nei dettagli: «Quello su cui ho sbagliato è che avrei dovuto dare retta a Carlo Noro e, per i primi anni, fare solo foraggi e sovesci. In questo modo avrei risparmiato tempo, ma ci ho messo un po’ a capirlo, perché si vuole subito continuare ad avere un po’ di reddito. Se invece avessi tenuto fermo e preso i contributi per un paio d’anni gestendo i terreni in questo modo, li avrei avuti in condizioni migliori molto prima. Ovviamente c’è anche il discorso dei preparati, ma fondamentale è il lavoro del sovescio sul terreno». Oggi ha le idee molto chiare:

«Se oggi qualcuno mi desse il suo pezzo di terra chiedendomi che cosa farne, saprei esattamente come gestirlo. Bisogna avere coraggio e impostare le coltivazioni in un certo modo».

L’humus e le condizioni climatiche

Certo, il processo non può essere rapido, perché ricostituire la fertilità dei suoli è lento, è un processo lungo: «Oltretutto noi siamo a Roma, non nel Nord Europa o in Pianura Padana, dove l’umidità aiuta anche a preservare la sostanza organica. A Roma arrivano delle estati secche. Un terreno a questa latitudine non potrà mai avere la percentuale di humus che ha qualche pianura tedesca o padana». Eppure il lavoro sulla struttura avviene lentamente, racconta Federici, tramite utilizzo di sovesci nelle rotazioni colturali, con i preparati. E si vedono i risultati. «Avevo un campo dove c’era un medicaio, tolto il medicato era un disastro. È bastato fare due sovesci consecutivi, intercalati da colture, e la terra è rinata, irriconosbilie. Sono cose che funzionano benissimo».

 

 

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Riconquistare la conoscenza

Un’altra cosa fondamentale, ricorda l’imprenditrice, è stata avere del personale nuovo, disponibile a cambiare modo di pensare. «Questa – spiega – è stata l’altra enorme difficoltà. Bisogna convincerli che quello che si fa ha un senso. Spesso chi arriva dal mondo dell’agricoltura è in qualche modo fuorviato, perché sono passati anni e anni di bombardamento di un certo tipo di cultura e incultura». Passare da una concezione dell’agricoltura, e del lavoro agricolo come mera esecuzione, al recupero o alla scoperta della conoscenza non è semplice per chi ha lavorato la terra in modo convenzionale: «È stata abolita qualsiasi tipo di conoscenza  che riguarda la terra. I contadini sono stati convinti di essere ignoranti e che erano molto più bravi i vari tecnici, hanno perso tante conoscenze con l’idea che il loro lavoro sarebbe divenuto meno faticoso, più sicuro e avrebbero ottenuto migliori risultati».

 

Guarda l’intervento di Anna Federici al Convegno dell’Associazione biodinamica (Milano, 2018)

L'allevatrice Anna Federici durante il convegno dell'Associazione per l'agricoltura biodinamica a MiIano nel 2018

 

Piccole rivoluzioni agro-culturali

La sua è stata una rivoluzione interna, lenta ma efficace, che ha coinvolto tutti. «Ho un bravo ortolano – spiega Federici – eppure ci ho messo tempo a fargli capire che non c’è bisogno di usare fitofarmaci, ma vanno invece benissimo letame comportato e sovesci. Ma lui a casa sua continua a fare come prima. Quindi ha capito, sta entrando nel meccanismo». È un percorso culturale che richiede tempo. Nel frattempo, nel corso degli anni, tutti i settori dell’azienda sono stati convertiti. «Abbiamo rivisto l’alimentazione dei bovini. Avevamo dei bei medicai, ma i mandriani non usavano la medica per la falsa idea che faccia male ai bovini. Ora si sono resi conto che gli animali crescono meglio. D’altronde, perché andare a cercare proteine nella soya o in altri prodotti strani? Eppure ci sono dei nutrizionisti che hanno fatto girare questa falsa credenza». È questa la fatica maggiore, spiega l’imprenditrice, cambiare mentalità. Ma intanto gli animali, con l’erba medica stanno benissimo. E nulla è più efficace dei fatti.

 

Visita il sito dell’Azienda agriocola Boccea di Roma

Il sito web dell'Azienda agricola biodinamica Boccea di Roma

Biodinamica e dignità

Il lavoro agricolo biodinamico dà maggiore dignità e conoscenza? «Sicuramente dà dignità di lavoro, perché l’agricoltore non si sente più un povero sciocco che dà retta agli altri, ma diventa un attore che agisce in prima persona. È lui che decide, che ricomincia ad osservare e capire i fenomeni della natura, a capire e scegliere una pratica resiliente, che dà risultati rispetto ad una che non ne porta. Dà stima e dignità, anche come persona. Dà anche dignità ai dipendenti, che non devono più andare in giro ad avvelenarsi con roba chimica». E poi, racconta con entusiasmo l’imprenditrice, è un lavoro di gruppo: «L’altra cosa fondamentale della biodinamica, che comunque è un metodo sistemico, è che si riesce ad avere un buon risultato solo se tutti partecipano. Negli ultimi tempi faccio sempre di più riunioni. Tutti quanti sono responsabili di un pezzo di azienda. L’ortolano non si occupa di bovini, ma deve sapere che ci sono, che tipo di compost è quello che mette nel suo campo. È un modo di fare agricoltura a tutto tondo».

Un sistema partecipato

Un corpus unico con le parti che interagiscono tra loro, un approccio sistemico. Un esempio concreto viene proprio dal pregiato olio prodotto dall’azienda: «Quando si fa l’olio tutti devono partecipare. Facciamo la raccolta presto e velocemente, devono venire tutti, sono consapevoli di questo sforzo. Gli ortolani vanno a fare corsi di potatura e durante i mesi in cui non hanno da fare con l’orto vanno a potare. Ormai cominciano a capire anche la bellezza della pianta».

 

Una consapevolezza necessaria dopo la Covid, che potrebbe portare, auspicabilmente, ad una maggiore diffusione della biodinamica?

«Me lo auguro, perché le persone devono capire che è importantissimo quello che mangiano. Il problema dell’antibiotico resistenza e dei medicinali che non funzionano perché usati e sprecati negli allevamenti, comincia a far paura. C’eravamo davvero allontanati dal processo culturale che sta dietro al cibo. L’industria si è arrogata il diritto di decidere che cos’è il cibo, ha tolto qualsiasi contatto fra la parte produttiva e quella commerciale, creando situazioni in cui quasi ti imboccano».

Entrare in un’azienda come l’Agricola Boccea, dove a pochi chilometri dal centro della Capitale si può passeggiare e vedere come vengono prodotti i cibi, è un passo avanti verso questa riconquista.

Scrive per noi

Valentina Gentile
Valentina Gentile
Valentina Gentile è nata a Napoli, cresciuta tra Campania e Sicilia, e vive a Roma. Giornalista, col-labora con La Stampa, in particolare con l’inserto Tuttogreen, con la testata online Sapeream-biente e con il periodico Libero Pensiero. Ha scritto di cinema per Sentieri Selvaggi e di ambiente per La Nuova Ecologia, ha collaborato con Radio Popolare Roma, Radio Vaticana e Al Jazeera English. In un passato non troppo lontano, è stata assistente di Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma, e ha insegnato italiano agli stranieri, lingua, cultura e storia del cinema italiano alle università americane UIUC e HWS. È cinefila e cinofila, ama la musica rock, i suoi amici, le sfogliatelle e il caffè. E naturalmente l’agricoltura bio in tutte le sue declinazioni, dai campi alla tavola.

Contatto: Valentina Gentile

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