Miguel Altieri, con il cappello, e Marco Minciaroni durante una lezione di agroecologia tenuta presso le aziende del castello di Montalera

Miguel Altieri, con il cappello, e Marco Minciaroni durante una lezione di agroecologia tenuta presso le aziende del castello di Montalera

Marco Minciaroni, il filosofo della terra. La sua azienda sul Trasimeno un paradigma di qualità

Gli studi in campo umanistico, l’incontro fondamentale con Giulia Maria Crespi. E la scelta biologica e biodinamica negli ottocento ettari dell’azienda agricola di famiglia, intorno all’antico castello di Montalera. Un percorso ancora aperto

Sono passate poche ore della scomparsa di Giulia Maria Crespi, una personalità che ha lasciato un segno nella vita di tanti agricoltori attenti alla natura come l’imprenditore Marco Minciaroni, che gestisce l’azienda di famiglia, 800 ettari sul Trasimeno, in Umbria, la cosiddetta terra dei Santi, dove ogni casale è chiamato con il nome di un beato diverso: Santa Maria, San Michele, San Modesto…

«Ho ereditato le terre dai miei genitori vent’anni fa e qui era praticata l’agricoltura convenzionale di sintesi – racconta – Avevo studiato filosofia e non ero pratico di agricoltura ma è stata proprio lei, Giulia Maria, che mi ha incoraggiato a mettere in pratica l’agroecologia e mi ha fatto avvicinare alla biodinamica».

 

Giulia Maria Crespi tra Carlo Triarico e Marco Minciaroni durante un corso alle Cascine Orsine

 

Marco è visibilmente commosso: «Ho conosciuto Giulia Maria tramite un’amica comune, Giuppi Pietromarchi, paesaggista grande esperta di giardini e lei dal primo giorno, presso la sua azienda La Badia in Toscana, mi ha subito messo alla prova con domande dirette sull’ambiente e sulla natura. Agli incontri successivi mi faceva sempre molte domande, restando a distanza e dandomi del lei. Poi un giorno, prendendomi per il braccio, mi ha chiesto di avvicinarmi per guardarmi bene negli occhi e, dopo un momento di silenzio, ha detto:

L’anima delle persone si vede dagli occhi, tu vai bene, mi piaci, diamoci del tu”. E così siamo diventati amici».

 

 

Vista del Castello di Montalera
Il Castello di Montalera che si affaccia sul Lago Trasimeno

 

Marco racconta come da principio si sentisse “quello stavagante” che si era messo in testa di coltivare biologico. Poi, grazie a Giulia Maria Crespi, aveva potuto conoscere tante persone che la pensavano come lui e che lo hanno aiutato a perseguire il suo obiettivo. «Giulia Maria mi ha corretto e indirizzato e per questo le sarò sempre grato. Era una persona schietta e diretta e, nonostante l’età e l’esperienza, era sempre curiosa di sapere nuove cose, che esplorava con intelligente umiltà. Avevamo in comune la connessione tra etica ed estetica, un concetto olistico, di armonia, presente ad esempio nei magnifici paesaggi agricoli italiani tradizionali, come gli uliveti coltivati su terrazzamenti. Con lei era possibile parlare sia di argomenti molto semplici e pratici che di pensieri più profondi. Mi ha sempre detto di non arrendermi, di crederci, di andare avanti, mi ha incoraggiato e sostenuto. Giulia Maria è nel mio cuore».

 

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Sono tre le aziende acquistate gradualmente negli anni ‘60 dalla famiglia Minciaroni a Panicale, nel Perugino: la Società Agricola Forestale Montalera, l’azienda agricola Le Mura e l’azienda agricola Villa Le Mura, accorpate nelle Aziende Castello di Montalera. Tutte e tre sono certificate biologiche e Montalera, che è quella con maggiore biodiversità, è attualmente in conversione biodinamica.  I terreni occupano gran parte della sponda sud del lago Trasimeno, con a nord il Parco del lago Trasimeno, dal ‘95 area naturale protetta con un altissimo valore naturalistico, ricco di biodiversità, storia e arte. «Non abbiamo grandi aziende agricole di sintesi o aree industriali vicino – continua Minciaroni – intorno a noi ci sono solo boschi e colline e, al centro, sorge il Castello di Montalera, una fortezza a forma di stella edificata nel Cinquecento da Antonio da Sangallo il giovane. Io amo pensare che così come in passato la fortezza difendeva questo luogo dagli invasori oggi difende l’ambiente, la biodiversità, la tradizione e la cultura, rappresentando un avamposto per la tutela dei valori di questo territorio».

 

 

 

Quando negli anni Duemila lui subentra alla gestione del padre decide da subito di trasformare l’azienda in biologica. «La prima cosa che ho fatto è stata quella di seminare ovunque erba medica. Avevo trovato un grosso acquirente interessato e gli ho proposto la vendita della nostra erba medica a un buon prezzo in cambio della manutenzione di campi, fossi e strade, in modo da lasciarmi il tempo per leggere tutti i testi sull’agroecologia e studiarmi i finanziamenti disponibili per la conversione». Gradualmente poi la semina del primo campo a cereali e le sperimentazioni sulle rotazioni e sulle lavorazioni da fare. «È stato un lungo ma appassionante processo fatto di tentativi, errori e successi».

 

 

L’aiuto quindi è arrivato dall’esterno con i consigli di altri agricoltori biologici, di esperti dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica o di personalità di rilievo internazionale: Alex Podolinsky uno dei maggior esperti di agricoltura biodinamica recentemente scomparso, Jairo Restrepo Rivera, padre dell’agricoltura organica e rigenerativa, Salvatore Ceccarelli, professore di genetica agraria noto per il miglioramento genetico partecipativo ed evolutivo, Miguel Altieri, professore di agroecologia all’Università di Berkeley in California nonché autore di oltre duecento libri sull’agricoltura sostenibile sono soltanto alcune delle personalità di rilievo internazionale che hanno dato il loro importantissimo contributo alla definizione delle migliori pratiche ecologiche presso le aziende del Castello di Montalera.

 

I prodiotti a marchio Castello di Montalera
La famiglia dei prodotti confezionati a marchio Castello di Montalera

 

«Con Altieri abbiamo affrontato il problema della semplificazione strutturale e dell’abbassamento della biodiversità, nonostante la vicinanza del Parco e i miei tentativi di stratificarla e incrementarla» riprende Marco.

Peraltro, per favorire la biodiversità, Minciaroni ha portato avanti negli anni molti progetti. All’interno dell’azienda si trova un Sito d’importanza comunitaria (Sic) e per fare in modo che gli animali potessero muoversi liberamente tra il parco e le aree boschive nell’azienda sono state costruite delle infrastrutture verdi, dei corridoi ecologici, studiati ad hoc. Inoltre, il 10% dei 450 ettari di superficie agricola utilizzata è costituito da campi perenni per gli insetti utili. Si tratta di campi coltivati a strisce d’erbe spontanee e fiori. E intorno ai boschi, che ricoprono circa 200 ettari, viene lasciata una striscia di erba per dar modo agli animali che vivono nella macchia di affacciarsi e sostare all’esterno.

 

«Adesso sto studiando quali piante mettere a dimora per attrarre gli insetti utili. Mi sto documentando per capire quale sia la loro distanza di volo media in modo da creare delle strisce parallele e, una volta insediati, cercare di indirizzare gli insetti laddove ve ne sia più bisogno, magari per far fronte ad un attacco di altri nocivi alle colture. Non credevo che sarei finito a fare il “pastore degli insetti”, ma questo progetto suggerito da Altieri, mi sta avvincendo». Grazie a questi interventi i campi sono pieni di ragni con le loro utili ragnatele che scintillano all’alba per la rugiada, di coccinelle, di api instancabili impollinatrici golosissime di grano saraceno. E poi fagiani, ricci, libellule, grossi rapaci, come aquile, poiane, allocchi e barbagianni, gli azzurri e velocissimi martin pescatori, le rondini e i rondoni, l’upupa, che nidifica nell’antica lecceta dei colli di Montalera. Infine le lucciole che, con il loro gioco di luci, attraggono dal paese vicino, nelle notti d’estate, un’umanità che se le stava dimenticando:

«Un’azienda di 800 ettari si può permettere di dedicare alcuni ettari a laboratorio dove sperimentare nuove tecniche ed esplorare nuove frontiere. E i risultati mi confermano che stiamo andando nella giusta direzione».

Tra gli altri lavori fatti per la riqualificazione del territorio c’è anche il recupero dell’antico uliveto che arriva fino al Castello, con la ricostruzione, a mano, di tre chilometri di muri a secco tradizionali, un’arte che era stata quasi dimenticata, riconosciuta patrimonio dell’Unesco e sulla quale Minciaroni sta lavorando attraverso la redazione di alcune linee guida. Oltre al progetto di piantare 13 km di alberi e di arbusti lungo i fossi e lungo le strade della parte di pianura alluvionale che, negli anni ‘60, era stata tutta spianata, come allora era normale fare per dare il massimo spazio possibile alle coltivazioni.

 

I casali nell’oliveto dell’azienda agricola Montalera, con i campi a strisce per la biodiversità sullo sfondo del Trasimeno

 

Le aziende agricole sono visitabili su appuntamento, compatibilmente con i lavori agricoli in corso, mentre il giardino e i bastioni del Castello di Montalera saranno visitabili dalla primavera 2021, una volta finiti i lavori per adeguamento e la messa in sicurezza. Alcuni casali sono stati ristrutturati e adibiti ad agriturismo:

«Mia madre negli anni ‘80 aveva costituito un’associazione per tutelare l’architettura rurale tradizionale italiana riuscendo a creare un network di esperti di tutta Italia. Grazie gli studi portati avanti dall’associazione siamo riusciti a ristrutturare i casali, mantenendoci fedeli alle strutture originali nel rispetto delle funzioni delle singole costruzioni».

Nei campi a seminativo le lavorazioni, tra le quali vengono praticate anche la trasemina, la strigliatura e la falsa semina, tendono a evitare di rovesciare la terra in profondità, utilizzando prevalentemente il ripper e un frangizolle leggero in modo da non compattare il terreno. Le aziende di Montalera coltivano in maniera estensiva frumento tenero tradizionale come il Gentil Rosso ma anche varietà più moderne come Bologna, perché richiesto dal mercato, inoltre un miscuglio di circa duemila varietà di grani teneri, una popolazione evolutiva chiamata Icarda che è stata selezionata nell’omonimo centro di Aleppo in Siria dal professor Salvatore Ceccarelli: «Questa popolazione grazie all’aumento della biodiversità intrinseca alla coltura, ne aumenta la resilienza, l’adattamento ai cambiamenti climatici e ai patogeni, mantenendo rese colturali persistenti, poi permette di avere un grano con una quantità molto bassa di glutine e differenziata, quindi più adatta per coloro che hanno problemi di intolleranza».

 

Salvatore Ceccarelli
Salvatore Ceccarelli è fra i punti di riferimento per Marco Minciaroni

 

E ancora orzo, frumento duro di qualità Achille, farro monocco e dicocco, spelta e grano saraceno, lino, miglio e girasole, oltre alla favetta che, mischiata con avena o segale, viene utilizzata per il sovescio. Non mancano la lenticchia umbra, ceci e la fagiolina multicolore del Trasimeno, presidio Slowfood, che viene diserbata e raccolta a mano. Anche le olive, di varietà Frantoio, Leccino, Moraiolo e Dolce Agogia tipica del Trasimeno, sono raccolte a mano e vengono spremute a freddo per produrre l’olio extra vergine imbottigliato la stessa sera della raccolta. Tutti questi prodotti, i cui semi sono in parte autoprodotti e in parte acquistati sul mercato, vengono venduti ai principali produttori o distributori biologici italiani. Una piccola quantità di produzione viene confezionata con marchio Castello di Montalera e venduto ai negozi del circuito biologico e presso lo spaccio aziendale.

Minciaroni collabora anche con l’università italiane e straniere ed ha ospitato nelle sue aziende, utilizzate come area didattica, un corso di agroecologia organizzato dall’Università di Perugia. È in trattativa con alcune aziende vicine per ospitare animali al pascolo e tra i progetti c’è anche quello di costruire una stalla per bovini, incrementando il parco animali delle aziende che ad oggi vede la presenza di somari, galline, anatre ed oche. «Quello che ho imparato in questi venti anni di sperimentazioni è che una tecnica che funziona in un luogo non è detto che funzioni in un altro: bisogna ascoltare il terreno e capire le sue caratteristiche e le sue esigenze specifiche. Ho imparato a vedere il mondo in maniera più olistica, come un insieme connesso. La terra non è un inerte, ma piuttosto una collettività che collabora, c’è una relazione profonda tra tutti gli esseri viventi, una comunità complessa di forze vitali.

«Affrontare i problemi isolandoli dal contesto e imponendosi sull’ambiente, è un errore, la natura non funziona in questo modo, dovremmo tutti concentraci sull’insieme del quale siamo solo una parte. Che poi è proprio quello che Giulia Maria Crespi voleva insegnarci».

Scrive per noi

Carlotta Iarrapino
Carlotta Iarrapino
Analista, facilitatrice, comunicatrice e ambientalista. Laureata in economia a Firenze con master in Ambiente alla Scuola Sant’Anna di Pisa, svolge l’attività di consulenza dal 2000. È tra le fondatrici, nel 2008 di Contesti e Cambiamenti. Organizzazione, comunicazione e partecipazione le sue aree di intervento. È curatrice di BiodinamicaNews, la newsletter dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica.

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