Uno degli splendidi ulivi di cui si racconta nel documentario "Legno vivo - Xylella, oltre il batterio"
“Legno vivo”, la verità oltre il batterio. Un documentario per fermare la strage di ulivi nel Salento
Si può parlare di epidemia con soltanto il 2% di piante infette? A chi fa comodo addossare tutte le responsabilità alla Xylella? Francesca Della Giovampaola, Elena Tioli, Filippo Bellantoni e Simone Cannone se lo domandano nel loro prezioso documentario
L’intervista di Carlo Triarico alla patologa vegetale Margherita D’Amico
Intorno alla “Xylella fastidiosa”, il batterio che colpisce gli ulivi pugliesi, si discute da parecchio, almeno dal 2013. Ma su come stiano veramente le cose si capisce molto poco. È davvero la causa dell’essiccamento di questi meravigliosi alberi del Tavoliere? Com’è possibile parlare di epidemia visto che, secondo i monitoraggi ufficiali della stessa Regione Puglia, il batterio è stato riscontrato in una proporzione non superiore al 2% delle piante colpite dal Co.di.ro., vale a dire il Complesso del disseccamento rapido dell’olivo? Perché s’impone l’eradicazione d’individui secolari che invece potrebbero essere curati?
Domande cruciali
È quanto si sono chiesto Francesca Della Giovampaola, Elena Tioli, Filippo Bellantoni e Simone Cannone con “Legno Vivo – Xylella, oltre il batterio”: un documentario autoprodotto grazie ai fondi raccolti tramite la piattaforma Gofoundme e presentato in prima assoluta lo scorso 26 novembre presso l’Istituto di Santa Maria in Aquiro a Roma insieme a diversi esperti, scienziati e genetisti coinvolti in larga parte nel film come Marco Nuti, Vandana Shiva, Stefano Mancuso, Pietro Perrino o Patrizia Gentilini, introdotti per l’occasione dal senatore Saverio De Bonis. Una vicenda dai risvolti inquietanti, centrata su un paradosso:
«Persino Aristotele diceva che bisogna proteggere gli ulivi, sono un patrimionio della nostra regione» racconta nella pellicola una delle proprietarie delle piantagioni esposte all’abbattimento. «E adesso – le fa eco la patologa vegetale Margherita D’Amico – rischiamo di andare in galera perché stiamo proteggendo una pianta plurisecolare».

In effetti quello che sottolineano le figure coinvolte nel film è proprio l’abnormità delle misure che si stanno applicando sulla scorta della normativa. Perché, si domandano gli autori, a fronte del 2% di piante positive alla Xylella si sono imposte su larga scala pratiche fitosanitarie drastiche, come quelle previste dal Decreto n. 4999 del 13 febbraio /2018 relativo a “Misure di emergenza per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione di Xylella nel territorio della Repubblica italiana”, conosciuto come Decreto Martina? E perché, sempre partendo da quella percentuale, s’impone l’eradicazione di ulivi secolari, in alcuni casi addirittura millenari, fondamentali non solo a livello paesaggistico e culturale ma anche come riserve preziosissime d’acqua e dunque “guardiani” della salute del suolo, presidi contro la desertificazione e il dissesto idrogeologico?

Comunicazione equivoca
Luigi Russo, sociologo dell’Eurispes e giornalista coraggioso scomparso prematuramente pochi giorni prima dell’uscita del documentario, a lui dedicato dagli autori, ha lottato strenuamente contro un certo modo di fare informazione intorno a questo tema.
«Qui hanno usato un metodo – sono le sue parole – e un piano di comunicazione che io ho sempre definito mafioso. Ma nel senso, non che uccidono, ma che vanno a seguire i soldi. E qui di soldi ce ne son tanti. Il batterio è stato usato».
Il territorio cui si riferisce Russo è innanzitutto il Salento del boom turistico, del mercato della moda che attira migliaia di visitatori l’anno, da almeno tre lustri. Un territorio, insomma, che fa gola a molti. Ma non solo. Il documentario evidenzia, infatti, che la Xylella non esiste solo in Puglia. Il batterio è stato riscontrato sia in Toscana, sia in Francia. Eppure lì non sono stati effettuati gli abbattimenti. Perché? È un caso che i terreni pugliesi che si ritiene colpiti dall’epidemia siano gli stessi destinati al Tap, il contestato gasdotto che dovrebbe congiungere l’approdo di San Foca alla dorsale nazionale? Nel frattempo si assiste a un paradosso: chi ha osato contestare le misure anti Xylella è stato accusato di complottismo o addirittura di sciamanesimo.
«È uno scandalo – dichiara la dottoressa Patrizia Gentilini, dell’Isde, Medici per l’ambiente Italia – chi ci accusa di essere sciamani è esattamente chi dà supporto a scelte senza fondamento».
Chimica in agricoltura e Xylella
Modello spagnolo
Questo viaggio alle radici del dramma che colpisce gli ulivi rivela insomma uno scenario nel quale si staglia l’ombra delle multinazionali, delle coltivazioni in serra, dell’agricoltura industriale, del Tap. Uno scenario che ha un modello preoccupante: quello dell’Almeria, in Spagna. In questa regione, infatti, un tempo fertile e celebre per la produzione di olio, sin dagli anni ’90 ha preso piede la produzione industriale. Centinaia d’imprese agricole piccole e medie sono scomparse. Al loro posto distese infinite di serre. Le immagini che scorrono nel video fanno male al cuore: la terra è diventata deserto, zolle aride che si staccano, prive di vita. Perché da decenni «qui piove solo sulla plastica», racconta un coltivatore locale.

È una zona morta quella del sud-est spagnolo. Il modello industriale ne ha fatto terra bruciata. L’olio non ha praticamente valore. Le falde acquifere sono prosciugate e contaminate. Un disastro che paradossalmente fa proseliti visto che nel documentario compare un gruppo di coltivatori pugliesi che protestano e rivendicano «gli stessi diritti che hanno gli spagnoli». Amaro il commento di Carlo Triarico, presidente dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica:
«Sono questi contadini che mi preoccupano di più – ha detto durante il dibattito – Ogni anno viene ridotto il prezzo dell’olio e a fronte della catastrofe loro guardano all’Almeria, perché con il super intensivo si fa ancora più olio».
Una chimera pericolosissima, anche perché con la sovrapproduzione crollano i prezzi.
«La sovrapproduzione è la dannazione del capitalismo. Un inseguimento continuo. E a chi giova? A chi vende la materia prima uniforme in tutto il mondo, materia che non ha più qualità. Come succede in Spagna, dove di quell’olio non sanno più che farsene, non vale niente e ce n’è in sovrapproduzione».

L’inganno sta, come sempre, nei soldi: quegli agricoltori sono disposti a eradicare le loro piante millenarie, in cambio di liquidità. «Con quei soldi sopravviveranno per cinque o sei anni – continua Triarico – Gratteranno il fondo del barile. La loro vita ci deve preoccupare, saranno usati. È per questo che bisogna parlare chiaro agli organi di stampa».
Ricominciare dal suolo
In realtà altre vie d’uscita dal dramma dell’essicamento ci sarebbero. Marco Nuti, professore di Microbiologia del suolo presso le Università di Padova e di Pisa, è tra i protagonisti del documentario. I suoi studi mettono in evidenza la correlazione tra qualità del suolo, salute delle piante e quella umana. A partire da un dato a dir poco allarmante: l’uso eccessivo e inappropriato di pesticidi, insetticidi, concimi sintetici e diserbanti ha minato la fertilità, distruggendo micro e maso-fauna e sostanza organica del terreno, che nel Salento oggi non supera l’1,2%. Un dato spaventoso, se si pensa che nel deserto del Sahara il valore è pari a 1 e che si dovrebbe ottenere almeno il 3,5% per permettere alla biodiversità di mantenere le sue funzioni.
«Se il Co.di.r.o. è esploso – continua Marco Nuti – lo dobbiamo anche e soprattutto alla drammatica condizione del sottosuolo pugliese, seguita dalle altre concause prima esposte, di natura agronomica e non».

Ricominciare dal suolo, dunque, è fondamentale: chi già oggi sta curando le radici e i terreni sta ottenendo risultati importantissimi, con una ripresa degli alberi e della loro produttività. «D’altronde, quando un essere umano si ammala, forse lo ammazziamo? O lo curiamo?» commenta l’attivista e ambientalista indiana Vandana Shiva, vicina su scala globale alle lotte degli agricoltori:
«Bisogna rigenerare il suolo e non guardare agli Ogm. È il tipo di agricoltura che crea la malattia». Il paradosso pugliese, continua la Shiva, è un tipico caso di «disaster capitalism»:
«Si crea il disastro e se ne trae profitto. Basta guardare alle targhette dei prodotti usati in Puglia: leggendo i nomi delle imprese che ci sono dietro si può comprendere come stiamo entrando in un’era in cui il cibo e la produzione agricola diventano armi. Una vera e propria prosecuzione della guerra, da cui non a caso la chimica deriva».

Per sapere dove si proietta il film e organizzare una replica: info@legnovivofilm.it, www.legnovivofilm.it.
Scrive per noi

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Valentina Gentile è nata a Napoli, cresciuta tra Campania e Sicilia, e vive a Roma. Giornalista, col-labora con La Stampa, in particolare con l’inserto Tuttogreen, con la testata online Sapeream-biente e con il periodico Libero Pensiero. Ha scritto di cinema per Sentieri Selvaggi e di ambiente per La Nuova Ecologia, ha collaborato con Radio Popolare Roma, Radio Vaticana e Al Jazeera English. In un passato non troppo lontano, è stata assistente di Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma, e ha insegnato italiano agli stranieri, lingua, cultura e storia del cinema italiano alle università americane UIUC e HWS. È cinefila e cinofila, ama la musica rock, i suoi amici, le sfogliatelle e il caffè. E naturalmente l’agricoltura bio in tutte le sue declinazioni, dai campi alla tavola.
Contatto: Valentina Gentile
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