Maria Grazia Mammuccini, presidente di Federbio e imprenditrice agricola
L’Europa accelera sul bio. E l’Italia? Colloquio con Maria Grazia Mammuccini
Quali sono gli strumenti concreti messi in campo dal Nuovo Piano d’azione sul biologico dell’Unione Europea? Le misure saranno sufficienti ad aumentare la produzione e soprattutto la domanda? Si sta facendo abbastanza per il benessere animale e le sementi? Ne abbiamo parlato con la Presidente di FederBio
È la Presidente di FederBio dal giugno 2019, portavoce della Coalizione Italiana StopGlifosato e coordinatrice della Campagna “Cambia la Terra – No ai pesticidi. Sì al biologico”, nonché socia corrispondente dell’Accademia dei Georgofili, dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino e dell’Accademia Italiana di Scienze Forestali. Imprenditrice agricola e Amministratrice Unica della Società Agricola Nuova Agricoltura, Maria Grazia Mammuccini è un’attenta e acuta osservatrice della questione agricola, in Italia e in Europa. Il suo è, da sempre, un impegno concreto, nel campo della tutela dell’eco agronomia e dell’approccio sostenibile all’alimentazione: è stata dal 2011 al 2016 Vicepresidente di Navdanya International, associazione onlus per la difesa dei semi locali, della biodiversità e dei piccoli agricoltori presieduta dalla scienziata ambientalista indiana Vandana Shiva. Nello stesso periodo dal 2011 al 2015 ha coordinato il Comitato Scientifico della Fondazione Italiana per la Ricerca in Agricoltura Biologica (FIRAB) e da settembre 2013 a dicembre 2014 è stata Vicepresidente dell’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica (AIAB). A pochi giorni dalla presentazione del Nuovo Piano d’azione europeo per l’agricoltura biologica, abbiamo chiesto il suo parere sulle novità introdotte dal documento. L’occasione per parlare del futuro, possibile e auspicabile, dell’ecoagricoltura europea e italiana.
L’Unione Europea ha presentato pochi giorni fa, il 25 marzo, il Nuovo Piano d’azione sul biologico. È un ulteriore segnale di avanzamento verso modelli sostenibili, dopo il Green Deal? È importante per il futuro del biologico? Che ne pensa?
È un piano di grande rilevanza, c’è una spinta molto forte dell’Ue verso il biologico. Il giudizio di Federbio, così come quello di Ifoam a livello europeo, è molto positivo. Valutiamo positivamente anche la coerenza del percorso: la Commissione è uscita a fine 2019 con la comunicazione di Von Der Lyen sul Green Deal, annunciando che sarebbero state presentate una serie di strategie per i diversi settori dell’econimia e della società, per ogni settore. E sei mesi dopo sono uscite la Farm to Fork e la Strategia per la Biodiversità. Sono strategie, coerenti con il Green Deal, che indicano obiettivi molto ambiziosi: quello della riduzione del 50% dei pesticidi, e degli antibiotici e quello di triplicare da qui al 2030 le superfici europee coltivate a biologico. Considerando che oggi a livello europeo siamo all’8%, il 25% al 2030 significa triplicare. È un obiettivo ambizioso sul quale la commissione europea si è espressa immediatamente per trovare all’interno della Pac e delle diverse politiche gli strumenti concreti per raggiungerlo. Sia in termini di aumento della produzione biologica sia in termini di aumento dei consumi. Da questa strategia datata maggio 2020 a marzo 2021, in modo coerente, la commissione ha elaborato la strategia d’azione per il bio…
Aldilà della coerenza cronologica e della tempistica, ci sono nel piano delle novità concrete, effettivamente utili e fattive?
Intanto c’è la scelta strategica di puntare contemporaneamente alla crescita della produzione e a quella dei consumi. Nel nuovo piano d’azione è molto evidente ed è una scelta concreta molto importante. L’Ue lo fa con due strumenti: intanto con quello della promozione, riservando il 30% al biologico già da quest’anno, con un budget intorno ai 50 milioni di euro. Quindi una crescita della produzione, dell’informazione nei confronti dei cittadini che consenta di favorire l’aumento del consumo di prodotti biologici. Un’altra cosa di grande impatto sono le risorse della ricerca, il 30% dei fondi dei programmi di ricerca europea destinati ad agricoltura, foreste e zone rurali, sono riservate al biologico e all’agroecologia: questo è veramente un segno fondamentale. Fino ad oggi la destinazione dei fondi nel campo della ricerca per il biologico era molto bassa, e ce n’è invece bisogno, anche per i vari problemi che gli agricoltori sono impegnati ad affrontare. È un segnale molto chiaro da parte dell’Europa. Anche perché ci sarà bisogno che pratiche adottate dal biologico siano trasferite anche nel resto dell’agricoltura se vogliamo raggiungere l’obiettivo di riduzione dei pesticidi e degli antibiotici.
Ma per quanto riguarda l’aumento della domanda questo piano mette in campo qualcosa di concreto, oltre ai fondi per la promozione?
Ci sono anche altri strumenti significativi. La strategia è a 360 gradi. Prima c’è la parte relativa all’ampliamento del 30% sui fondi per la promozione che per il 2021 sono già destinati, 49 milioni di euro, a livello europeo. Il piano prevede poi di spingere gli appalti pubblici green, inserendo i prodotti biologici nei criteri minimi obbligatori per gli appalti sostenibili. Pensiamo alle mense pubbliche, soprattutto quelle scolastiche: costituiscono un grande veicolo di educazione alimentare soprattutto nei confronti dei ragazzi e delle famiglie. E sono molto importanti per l’aumento dei consumi dei prodotti biologici. C’è poi un altro strumento fondamentale che è l’impostazione di uno studio sul prezzo reale del cibo e l’impostazione una fiscalità innovativa che premi le produzioni biologiche, in funzione delle esternalità positive che hanno sull’ambiente e sulla salute…
Già, perché alla fine, ciò che frena ancora l’aumento di domanda sono i prezzi…
Quello della fiscalità è un altro strumento molto importante. Abbiamo già avuto occasione di presentare insieme ad Assobio nella finanziaria 2021 delle proposte di emendamento, purtroppo non approvate, che attraverso la fiscalità favorissero il consumo degli alimenti biologici. Perché riducendo la fiscalità e creando dei crediti d’imposta relativi alla certificazione bio, si può ottenere a pari costo per le aziende una riduzione del prezzo finale per il consumatore. E poi i programmi di informazione e comunicazione, di ordine istituzionale: non si tratta della promozione di un’azienda, ma di promuovere la conoscenza, cosa significa un prodotto biologico, quali sono le differenze con uno convenzionale. Sono strumenti che insieme possono costituire una crescita importante.
Quindi secondo Federbio con questo nuovo piano sarà possibile che il prezzo dei prodotti bio diventi più accessibile?
Ci sono una serie di strumenti importanti che vengono attivati a livello europeo, come i fondi per la promozione e la ricerca. Ma un’altra serie di strumenti sono indirizzi dell’Europa per l’utilizzo dei fondi della Politica Agricola Comunitaria (PAC) che devono essere applicati a livello nazionale. Cosa fondamentale perché secondo noi gli indirizzi sono positivi e possono raggiungere gli obiettivi, ma gli Stati Membri si devono adeguare alle politiche per fare la propria parte.
E da questo punto di vista come vede la situazione in Italia?
Purtroppo ad oggi molto negativa. Un esempio concreto è quello della Legge sull’agricoltura biologica. Dalla fine del 2019 l’Ue, come dicevo prima, ha approvato ben tre atti in poco più di un anno che vanno nella direzione del biologico. La legge sul bio da noi è stata approvata a fine dicembre 2018 alla Camera ed in Commissione Agricoltura al Senato è stata approvata solo in questi giorni (il testo dovrà ora passare attraverso il voto in Aula a Palazzo Madama e poi alla Camera per l’ok definitivo, ndr). Siamo quasi a metà 2021: dopo due anni e mezzo non è stata approvata neanche una legge che in Commissione agricoltura al Senato è stata votata all’unanimità. Questo ci fa essere preoccupati sul fronte nazionale. E poi c’è l’altro appuntamento importante, quello del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dove c’è o ci dovrebbe essere il 37% dei fondi destinati alla transizione ecologica, e quindi anche all’agricoltura sostenibile. Ci dovrebbe essere una destinazione importante nei confronti del biologico, che invece non viene nemmeno citato. Noi abbiamo, con tutte le associazioni del biologico, scritto al Presidente del Consiglio e al Ministro Patuanelli, proprio per chiedere che nella riscrittura definitiva del piano sia recuperata questa lacuna insopportabile. Anche gli emendamenti sulla fiscalità che avevamo presentato con la finanziaria sono stati dichiarati ammissibili ma non ne è stato approvato neanche uno. Quindi siamo preoccupati. Puntiamo molto sull’approvazione della Legge, sul recupero del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza e sul Piano Strategico Nazionale della nuova Pac.
#BioConosco
🌏Nell’acquacoltura bio è proibito l’uso di antibiotici, di sostanze chimiche e di ormoni per la riproduzione. La gestione della salute degli animali mira soprattutto alla prevenzione delle malattie attraverso l’uso di metodi naturali.
🐟QUI https://t.co/HjlM55s1Ci pic.twitter.com/Oc2qEVWfgg— FederBio🍏 (@FederBio) April 9, 2021
Ma con il nuovo Ministro c’è un cambio di marcia?
Nelle linee programmatiche illustrate dal ministro in Commissione Agricoltura al Senato c’era una parte dedicata al biologico che ci è parsa particolarmente positiva sia per la questione della legge che per il raggiungimento degli obiettivi di crescita delle produzioni biologiche. Questa premessa ci è parsa positiva, ma aspettiamo qualche segnale concreto.
Il passo accelerato dimostrato dall’Unione Europea, dovrebbe favorire un adeguamento della politica nazionale…
Sì, assolutamente. L’Europa spinge in questa direzione, e la cosa non viene colta dal nostro Paese, che invece è leader nel settore a livello europeo visto che con i suoi 80mila operatori biologici si colloca al primo posto per numero di occupati e con gli attuali 2 milioni di ettari, che rappresentano il 15,8% della superficie agricola, ha il doppio delle superfici coltivate a bio rispetto all’Europa, perché in Italia c’è una naturale vocazione, sotto vari punti di vista. Prima di tutto il cibo italiano si basa sulla qualità e sull’origine della materia prima e quindi produrre biologico è coerente con questa strategia. Quindi per l’Italia quella della svolta green dell’Europa è un’opportunità, da cogliere puntando ad usare al massimo i fondi che mette a disposizione del biologico. Così si possono attrarre risorse.
Cos’è accaduto finora?
Su quello che sarà il piano strategico della Pac, l’Europa ha emanato delle raccomandazioni per gli Stati Membri, e per l’Italia sono uscite a dicembre 2020. Tra le priorità c’è proprio la crescita delle superfici biologiche, perché anche se l’Italia ha una superficie bio doppia rispetto alla media Eu, ci sono problemi complessivi, sia in termini di quantità di uso di pesticidi, che è superiore a quella di molti paesi dell’Europa, che in termini di perdita di biodiversità, che in alcune aree è messa a serio rischio. Per questo l’Europa ci raccomanda l’aumento delle superfici del bio. Noi ci aspettiamo che questa nuova spinta sia decisiva anche per sbloccare la situazione italiana, visto che il Ministro Patuanelli ha dato questo segnale. Bisogna cogliere la spinta europea per un Piano Strategico Nazionale con obiettivi ambiziosi sia per l’aumento delle superfici coltivate a biologico che per l’aumento degli acquisti di cibo bio da parte di cittadini.
Nel Nuovo Piano Ue c’è un focus sull’acquacoltura biologica, ne è prevista l’incentivazione. Che ne pensa?
Credo sia necessario, perché c’è una spinta a ridurre il pescato per tutelare gli ecosistemi. L’impatto può essere un impatto molto forte, sul mare, ma anche sulla terra. L’acquacoltura va fatta in maniera sostenibile, e quello che dà maggiori garanzie è sicuramente il biologico, per le limitazioni che prevede rispetto agli altri metodi di allevamento. Anche questo vuol dire farsi carico di un problema generale. Aumenta il consumo di pesce, è quindi chiaro che se non vogliamo distruggere gli oceani, i fiumi, i mari, bisogna puntare su sistemi di allevamento, ma a condizione che puntino sulla sostenibilità delle produzioni bio, altrimenti rischia di essere anche questo un elemento di grande impatto. In termini strategici quindi, puntare sull’acquacoltura biologica è una scelta giusta.
Il Piano prevede anche un incoraggiamento ai biodistretti. Una notizia che forse molti in Italia attendevano…
L’Italia e i produttori biologici italiani dovrebbero considerarlo un successo. I distretti sono nati in Italia, proprio come strategia territoriale. Oggi il fatto che tra le raccomandazioni della Commissione all’Italia sia indicato lo sviluppo dei distretti è una cosa molto importante, perché è un’opportunità per i territori rurali, e soprattutto per le aree interne e per il Mezzogiorno, può essere uno strumento molto importante su due fronti. Prima di tutto per ricreare sistemi locali di produzione e consumo di cibo che favoriscano lo sviluppo del biologico, dei mercati locali, dei rapporti con le mense pubbliche. Poi i distretti complessivamente possono avere la funzione di integrarsi con il resto del tessuto economico, in particolare con il turismo, l’artigianato locale, alimentare, la ristorazione, creare dei circuiti virtuosi economici tra settori diversi, e favorire delle politiche per l’aumento della conversione al biologico e di tutela ambientale complessiva a livello territoriale. Tutto questo può portare veramente a identificare i territori con un valore aggiunto anche rispetto alla valorizzazione complessiva delle attività come cultura, turismo, prodotti alimentari. Penso che i biodistretti siano in grado di dare un beneficio enorme, a partire dagli agricoltori stessi: perché un territorio che si orienta verso il biologico ottiene un miglioramento da tanti punti di vista. A partire dall’eliminazione, ad esempio, delle contaminazioni accidentali delle produzioni. Quindi la spinta ai biodistretti è un fatto di grande rilevanza.
Potrebbero dare un impulso nuovo e finalmente sostenibile al turismo, soprattutto in questo momento?
Certo. Bisogna creare dei sistemi sostenibili anche dal punto di vista della fruizione turistica del territorio e i distretti biologici possono essere uno di questi strumenti. Allargano la valorizzazione dei territori, dando forza a territori che oggi sono sconosciuti e quindi creano dei circuiti innovativi, sostenibili. È sicuramente un modo per guardare ad uno sviluppo per il futuro che deve mettere al centro la sostenibilità e la circolarità. I biodistretti possono essere degli esempi avanzati di un approccio sostenibile delle attività socio economiche.
C’è un punto cruciale, quello del benessere degli animali. Si sta facendo abbastanza? E quello che prevede il Piano è sufficiente?
Questo è uno dei punti più critici. Ci sono degli obiettivi ambiziosi, anche la stessa indicazione della riduzione del 50% dell’uso di antibiotici indica una strategia per il futuro che è quella di convertire gli allevamenti intensivi. Ma il percorso di questo obiettivo è più complesso. C’è bisogno di un cambio radicale dei sussidi della Pac. Perché ad oggi si continuano a dare con l’utilizzo dei titoli così come ormai sono stati impostati oltre 20 anni fa, quando per quanto riguarda gli allevamenti c’era un contributo a capo di bestiame. Questo va cambiato radicalmente, è evidente. È necessario un intervento dell’Ue verso gli allevamenti per orientarli verso il pascolo e con un carico di bestiame ad ettaro molto ridotto rispetto a quello attuale. Ci sarà sicuramente da fare un percorso di transizione più complesso rispetto al resto, ma è un passaggio inevitabile. La pandemia ha messo in evidenza come sia uno dei punti più critici. E anche qui, in questo settore, emerge come l’allevamento biologico sia la strada per il futuro, perché l’obiettivo dovrebbe essere quello di legare l’ allevamento alle coltivazioni, perché è così che l’allevamento torna ad essere una risorsa per la fertilità della terra. Nel biologico, e nel biodinamico in particolare, questa è la concezione base. In un allevamento intensivo, nei capannoni che diventano fabbriche di carne, oltre all’impatto di inquinamento c’è una crudeltà che non possiamo permetterci. Il rispetto della vita è anche questo.
Questo processo è tortuoso perché ci sono interessi e lobby ancora più forti rispetto a quelli, già forti, dell’agricoltura convenzionale?
È difficile fare un processo di cambiamento ma poco alla volta sarà inevitabile. Sicuramente ci sono resistenze ancora molto forti, anche perché si tratta di mettere in crisi un intero sistema e quindi chi oggi controlla il mercato delle carni resiste in maniera molto forte al cambiamento.
È la stessa cosa per le sementi? Il nuovo piano è un po’ timido? Si potrebbe fare di più?
In termini di obiettivi il Piano punta a migliorare ancora di più i risultati dell’agricoltura biologica ai fini della sostenibilità, puntando in particolare ad azioni finalizzate a migliorare il benessere degli animali e a garantire la disponibilità di sementi biologiche ma è evidente che su questi aspetti c’è anche una maggiore difficoltà, quindi occorre creare dei sistemi di transizione realistici. La cosa importante è partire, anche gradualmente, ma con chiari obiettivi di cambiamento. Le maggiori difficoltà possono imporre un processo graduale ma con dei passaggi in cui si vede l’inversione di rotta.
In generale quali sono le prospettive e le aspettative di Federbio per la futura Pac?
La Commissione Europea, con la Farm to Fork e il Piano D’azione per il biologico, ha dato indirizzi molto chiari agli Stati membri che sono invitati a fissare, nei rispettivi piani della PAC, i valori nazionali per l’obiettivo di crescita del bio indicando con quali strumenti intendano raggiungere questo obiettivo. Adesso quindi è fondamentale che il Piano Strategico Nazionale (PSN) definisca quale obiettivo percentuale si dà l’Italia per la crescita del bio e secondo noi, visto che partiamo da una superficie doppia rispetto alla media europea, dovrà essere ben più ambizioso rispetto al target europeo del 25% se non vogliamo lasciare la leadership del settore bio ad altri paesi. E il PSN dovrà indicare gli interventi concreti per raggiungerlo, in termini di sostegni finanziari agli agricoltori per il mantenimento del bio, attraverso gli ecoschemi del primo pilastro della PAC favorendo la conversione al biologico con le misure dello Sviluppo Rurale e adottando, al tempo stesso, servizi di supporto e consulenza indipendenti, necessari per supportare gli agricoltori nel cambiamento. È necessario infine promuovere campagne d’ informazione e comunicazione verso i cittadini affinché, all’aumento della produzione corrisponda anche un aumento del consumo dei prodotti biologici. Noi lavoreremo nel tavolo di partenariato con il Ministero puntando a ottenere questi obiettivi nel Piano Strategico Nazionale.
Scrive per noi

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Valentina Gentile è nata a Napoli, cresciuta tra Campania e Sicilia, e vive a Roma. Giornalista, col-labora con La Stampa, in particolare con l’inserto Tuttogreen, con la testata online Sapeream-biente e con il periodico Libero Pensiero. Ha scritto di cinema per Sentieri Selvaggi e di ambiente per La Nuova Ecologia, ha collaborato con Radio Popolare Roma, Radio Vaticana e Al Jazeera English. In un passato non troppo lontano, è stata assistente di Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma, e ha insegnato italiano agli stranieri, lingua, cultura e storia del cinema italiano alle università americane UIUC e HWS. È cinefila e cinofila, ama la musica rock, i suoi amici, le sfogliatelle e il caffè. E naturalmente l’agricoltura bio in tutte le sue declinazioni, dai campi alla tavola.
Contatto: Valentina Gentile
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