Agricola NicoBio, vocazione per il territorio
Un’azienda orto frutticola in provincia di Lucca, attiva da tre generazioni, passata dall’agricoltura convenzionale a quella biologica prima e ora biodinamica. Mantenendo le tipologie di verdure, frutta e sementi tradizionali, rese migliori dall’abbandono della chimica. Federico Martinelli, il titolare, artefice di questo cambiamento, ci racconta la storia della trasformazione
Un’azienda rinata nei primi anni 2000, con un passaggio generazionale che l’ha resa biologica e in seguito biodinamica, senza perdere le sue radici, mantenendo la stessa varietà di coltivazioni. L’Agricola Biologica Nico di Federico Martinelli, nove ettari in totale coltivati a ortaggi e frutta nella parte di pianura più a nord della provincia di Lucca, nasce così, dal passaggio di consegne dal nonno a Federico, intorno al 2003. All’epoca giovanissimo, nemmeno ventenne, Federico sceglie di convertire i terreni al biologico prima di tutto per motivi etici:
«Sono cresciuto in aziende dove si faceva agricoltura chimica e di getto ho detto di no. Il puzzo dei veleni lo avevo ben presente, sia mio nonno che suo fratello avevano pagato con la salute l’uso di questi veleni. Quindi la mia è stata una scelta di principio senza valutare aspetti economici e agronomici».
Innovare, mantenendo la tradizione
La produzione e la varietà di coltivazione è rimasta invariata. produzione molto diversificata e le stesse varietà, spiega Federico: circa 50 o 60 tipi di ortaggi diversi, una notevole varietà di frutta con attenzione alle varietà locali, sementi in gran parte autoprodotte, com’è stato nel corso di tre generazioni. Dal 2003 la conversione al biologico, con un passaggio graduale che, racconta, è stato tutt’altro che facile:
«La conversione è stata difficile perché l’azienda, soprattutto per la nutrizione delle piante, faceva molto affidamento sulla chimica. Quindi i terreni erano impoveriti dall’assenza di sostanza organica, dalle concimazioni chimiche e dall’uso eccessivo della meccanica, dalle arature, dalle fresature, che avevano destrutturato completamente il terreno».
Un passaggio difficile, soprattutto per la frutta, la parte più difficile della conversione. «Ero molto giovane all’epoca, economicamente potevo prendermi dei rischi che ora non potrei più. Queste difficoltà sono passate negli anni, il terreno ha cominciato a migliorare». Federico inizia con il biologico, dunque, e continua fino al 2009, contento del miglioramento, ma deciso a cercare qualcosa di diverso: «Stava migliorando ma non ero ancora soddisfatto perché mi sembrava che il metodo era sempre un po’ troppo simile a quello di prima. Continuamente concime, trattamenti… Sicuramente di origine naturale, ma l’approccio lo vedevo troppo simile al convenzionale, come fosse un convenzionale con prodotti bio».

Dal biologico al biodinamico
A quel punto l’avvicinamento alla biodinamica, tramite contatti con altri agricoltori, «Perché in zona c’è un contesto favorevole alla biodinamica, ci sono aziende che la praticano soprattutto in ambito vitivinicolo da diversi anni. Saverio Petrilli è stato un po’ il precursore nella zona, ed è stato parlando con lui mi sono avvicinato alla biodinamica». Petrilli lo invita, nel 2010, ad un incontro con Alex Podolinsky a Pisa; «Da lì è iniziato tutto».
C’è un cambio di passo pressoché immediato: «C’è stato un cambio veloce nella struttura del terreno, nel contenuto di humus. Si è innescato un effetto domino. Tutto diventa più facile quando i terreni iniziano a migliorare sensibilmente, le piante sono più autosufficienti, hanno meno bisogno di noi».
L’azienda ora ha la doppia certificazione, biologica e biodinamica, ma tutti i terreni sono coltivati biodinamici: 4 ettari in pianura per frutta e verdura, una parte in collina con l’agriturismo, con uliveto e bosco, di altri 4 ettari e mezzo. Tutti certificati Demeter. Per quanto riguarda le coltivazioni, sia per la frutta che per la verdura, nell’azienda si cerca di mantenere le sementi tipiche: più di 10 varietà di fagioli, tra cui il fagiolo lucchese presidio Slow Food, varietà rampicanti, storino, lupinaro. E poi i pomodori, come il Canestrino di Lucca, altro presidio Slow Food, o il cardo gobbo, che ha una lavorazione molto particolare. C’è poi una varietà di susine tutte della zona, la pera coscia, tutte varietà già presenti in azienda, da generazioni, che Federico ha mantenuto, constatando un netto miglioramento con il passaggio ai metodi biologico e biodinamico. Anche le sementi sono autoprodotte, pressoché tutte. Quelle che non lo sono provengono comunque da produzioni certificate.
Mercato e tecniche di lavorazione
I prodotti vengono venduti freschi, attraverso la vendita diretta in azienda, i mercati contadini, i gruppi di acquisto, i ristoranti. «Tutti prodotti freschi a eccezione dei fagioli che vendiamo secchi, due borlotti, e il cannellino. Sempre confezionate, anche la farina gialla di Maranello, macinata a pietra in Garfagnana, e poi una piccola linea di prodotti essiccati, mele secche, cachi, peperoncini». La produzione è tutta in pieno campo, tranne che per due serre, complessivamente di circa 1300 metri quadri, che servono da febbraio marzo ad aprile. Per quanto riguarda le tecniche di lavorazione:
«Usiamo un paio di trattori per le lavorazioni dei terreni, l’aratro, un coltivatore a molle per l’affinamento, una piccola motozappa. Ma gran parte dei lavori viene anche fatto manualmente, perché è una produzione molto diversificata, non abbiamo grosse estensioni per ogni singolo prodotto».
Facendo biodinamica la concimazione non è diretta, ma si lavora per migliorare la struttura del terreno. «Quindi non si parla di concimazione in senso classico, ma di gestione della fertilità nell’interezza dell’azienda, ogni appezzamento durante l’anno viene coltivato un ciclo di sovescio, o nel periodo primaverile estivo o in autunno inverno. Si fanno i cumuli con il letame, la paglia, usati soprattutto nelle serre, mentre in pieno campo si fanno sovesci e poi il preparato 500. Che favorisce la conversione di questa massa di sostanza organica in humus».

Trattamenti ridotti al minimo
Il controllo delle malerbe viene fatto manualmente o dove si riesce con il pirodiserbo, ad esempio sulle carote, sulle patate. Ma gli interventi necessari non sono molti, proprio grazie al miglioramento del terreno:
«Come trattamenti interveniamo molto poco. Sia per le malattie da fungo che per gli insetti, con il miglioramento del terreno non c’è grande necessità di intervento. Le piante si alimentano direttamente dall’humus, questo è il grosso vantaggio della biodinamica. La terra è resa più forte e equilibrata, le malattie da fungo sono meno aggressive».
E quando si deve intervenire, sono sufficienti i decotti di ortica, o di equiseto, in alcuni casi la zeolite. «Per gli insetti, olio di Neem e bacillus. Ma negli anni i costi per i trattamenti sono ridotti al minimo. Davvero piccole quantità». L’agricola Nico ospita anche due asini, per la fattoria didattica. Iniziata anni fa con attività nelle scuole, ha ripreso proprio con la pandemia per dare opportunità ai bambini, anche attraverso i campi estivi, appoggiandosi a una cooperativa del territorio per gli educatori. Se la didattica e le attività per bambini hanno trovato nuovo slancio proprio con la pandemia, l’agriturismo è invece attualmente fermo, dopo aver riaperto, per poco tempo, a settembre. Adesso si spera in una ripresa anche su quel fronte, e ci sono già delle prenotazioni per agosto.

Fattoria sociale e Wwoof
È e rimane attiva invece la fattoria sociale, esperienza di inserimento per ragazzi con problemi psichiatrici, tossicodipendenti, e migranti. «Al momento è in corso una borsa di lavoro, pagata dalla Asl, per un ragazzo, che è con noi da otto anni». L’Agricola Nico è anche membro di Wwoof Italia, associazione internazionale che favorisce scambio tra chi viaggia e vuole fare esperienze in aziende. «Le persone vengono a vivere con noi, entrano a far parte della famiglia e danno un aiuto nei campi. È uno scambio reciproco di esperienze, con soggiorni in media dai 15 giorni ai 4 mesi». La vocazione agricola come rapporto diversificato sul territorio, come organismo vivente, sembra combaciare con la citazione che fa capolino sul sito dell’azienda:
«Non si può sapere qual è il vero lavoro del contadino: se è arare, seminare, falciare oppure se è nello stesso tempo mangiare e bere alimenti freschi, fare figli e respirare liberamente, poiché tutte queste cose sono intimamente unite, e quando egli fa una cosa completa l’altra. È tutto lavoro, e niente è lavoro nel senso sociale del termine. È la sua vita».
Le parole sono quelle di Jean Giono, da “Lettera ai contadini sulla povertà e la pace”. «È un bellissimo libro che dovrebbero leggere tutti gli agricoltori e non solo. Mi ha molto colpito, perché in queste poche parole riassume bene il nostro concetto di lavoro».
Scrive per noi

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Valentina Gentile è nata a Napoli, cresciuta tra Campania e Sicilia, e vive a Roma. Giornalista, col-labora con La Stampa, in particolare con l’inserto Tuttogreen, con la testata online Sapeream-biente e con il periodico Libero Pensiero. Ha scritto di cinema per Sentieri Selvaggi e di ambiente per La Nuova Ecologia, ha collaborato con Radio Popolare Roma, Radio Vaticana e Al Jazeera English. In un passato non troppo lontano, è stata assistente di Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma, e ha insegnato italiano agli stranieri, lingua, cultura e storia del cinema italiano alle università americane UIUC e HWS. È cinefila e cinofila, ama la musica rock, i suoi amici, le sfogliatelle e il caffè. E naturalmente l’agricoltura bio in tutte le sue declinazioni, dai campi alla tavola.
Contatto: Valentina Gentile
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