Cristina Marello, settimane tematiche di formazione

Cristina Marello, agronoma specializzata in viticoltura, durante un'attività educativa

Viticoltura biodinamica, una soluzione che arriva dalla terra. Intervista a Cristina Marello

L’agronoma specializzata in viticoltura biodinamica, attiva soprattutto nella zona del Nord Ovest, sarà ospite al prossimo webinar previsto per il 20 febbraio. Abbiamo parlato con lei delle specificità e delle potenzialità che, a suo parere, caratterizzano il metodo biodinamico in viticoltura

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Agronoma impegnata nella viticoltura biodinamica, con un passato da perito agrario, Cristina Marello si è specializzata in fitoiatria presso la facoltà di Agraria dell’Università di Torino. Già nel ’92 ha cominciato a occuparsi di assistenza tecnica di campo:

«Quando si parlava di lotta guidata e lotta integrata, che chiamavamo all’epoca 20/78», racconta.

Ha scoperto e scelto la biodinamica con convinzione perché, come spiega, fornisce spesso risposte e soluzioni che il metodo convenzionale o anche il biologico applicato in senso limitativo non offrono. La sua esperienza l’ha portata già nel Duemila a seguire le aziende che volevano intraprendere il percorso dell’agricoltura biologica, mettendosi più avanti in proprio e sviluppando la propria attività nel Nord-Ovest: un’area in cui, come si sa, la vignicoltura è molto importante. L’abbiamo intervistata, in attesa di ascoltarla dal vivo durante il prossimo seminario sulla viticoltura biodinamica organizzato dall’Associazione per l’agricoltura biodinamica, previsto per sabato 20 febbraio (ore  15.00-19.00), nell’ambito delle Settimane tematiche di formazione (per iscriversi clicca qui).

 

Dottoressa Marello, cosa l’ha spinta ad avvicinarsi alla biodinamica?
Ci sono finita per caso. Ho conosciuto aziende che la praticavano. Durante tutto il mio percorso di studi, dagli anni ’80 agli anni ’90, dalle superiori all’università fino alla specializzazione, non solo non ne avevo mai sentito parlare, ma all’epoca non si parlava nemmeno di agricoltura biologica né di aspetti legati all’agro ecologia o alle contaminazioni. La scoperta è arrivata davvero dal basso, nel senso che è arrivata dalla terra, dalla campagna. La mia prima formazione è stata da degli agricoltori ai quali io avrei dovuto fare consulenza tecnica, e in realtà sono stati loro a insegnare a me.

Che cosa l’ha spinta a compiere questa scelta, cosa le è piaciuto?
Mi è piaciuto il fatto che fornisce risposte e soluzioni quando la convenzionale o biologica applicata in senso limitativo non offrono risposte. Un passo importante per me che provenivo da un percorso di studi che puntava sulla chimica. All’epoca era quello l’approccio, che d’altronde ancora oggi ritroviamo. La risposta alle problematiche di campagna era quello di usare uno o più prodotti fitosanitari. La mia esperienza personale è stata che, con questo approccio, alcune cose potevano essere risolte nel breve periodo, ma altre, soprattutto le malattie degenerative, non trovavano risposte.

 

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Ma come e quando è scattata la “scintilla” biodinamica?
La chiave di volta fu alla fine degli anni ’90, quando a un corso di formazione per agricoltori partecipò una delle pochissime donne contadine che facevano agricoltura biologica e biodinamica. Guardando una carrellata di diapositive, di immagini di malattie, insetti, acari eccetera, si trovò a essere la cosiddetta mosca bianca nel gruppo, perché laddove gli altri agricoltori convenzionali conoscevano praticamente tutte queste malattie, questa signora era stupita, perché non aveva mai visto la buona parte di queste problematiche. Andai a trovarla a casa sua e mi resi conto che era proprio così.

Quindi in viticoltura quali sono le risposte più efficaci che la biodinamica riesce a dare?
Nel momento in cui, fra il ’99 e il Duemila abbiamo c’è stato l’avvento della flavescenza dorata in viticoltura, l’approccio è stato quello del condimento del cosiddetto vettore con avvento di tecniche di controllo fisico, come la termoterapia sulle barbatelle, su materiale di propagazione. Parallelamente ad una panoramica clonale molto ristretta e molto esasperata negli ultimi decenni, questo ha comportato un indebolimento del materiale di propagazione, con la recrudescenza di malattie, come il mal dell’esca, che tradizionalmente si vedevano su vigneti molto vecchi o con problematiche di vario tipo. Molto raramente si vedeva una malattia della vecchiaia su piante molto giovani, cosa che invece ormai è la prassi.

C’è un legame tra queste malattie, come il mal dell’esca, e il metodo convenzionale?
È normale vedere problemi di attecchimento e ceppi di pochi anni di età già colpiti da questa malattia, e questo dà da pensare. Molti degli agenti di malattia approfittano della situazione di indebolimento della pianta. Non c’è da stupirsi quindi che una pianta così giovane abbia già problemi di questo tipo. E questo si fa risalire a una serie di attività che riducono la vitalità della pianta.

In biodinamica credo ci siano risposte in questo senso. Perché si sposta il problema dal trattare l’individuo al “trattare” l’organismo agricolo, non chimicamente ma intervenendo al suo interno.

Non cerchiamo il problema all’interno della singola barbatella, ma di avere una visione più ampia e questo è stato un grosso insegnamento dal punto di vista agronomico: spostarmi dal microscopico al macroscopico. E cercare di capire non solo la barbatella, la pianta, la malattia in sé, ma il contesto in cui possono svilupparsi delle situazione favorevoli all’insorgere di malattie o criticità. Questo è il cambiamento di approccio che la biodinamica mi ha insegnato.

Quali sono le tecniche specifiche della viticoltura biodinamica?
Il bello della biodinamica è che ci sono degli standard quando ci riferiamo al disciplinare Demeter, ma in primis si fonda sulla consapevolezza dell’organismo agricolo di cui l’uomo fa parte in un processo di crescita, aggiornamento, formazione.

Questo vuol dire che su dieci aziende biodinamiche con la stessa coltivazione sullo stesso territorio, avremo dieci approcci completamente diversi, perché si sviluppa la particolare sensibilità della singola persona che conosce il proprio vigneto che può essere simile, ma mai uguale agli altri.

Tutto ciò si traduce nel fatto che la tecnica biodinamica si sparpaglia in una pluralità di azioni che possono andare dall’autoproduzione delle sementi e delle essenze foraggere da riseminare nei filari, alla raccolta di materiale compostato nelle zone boschive limitrofe ai vigneti per fare un’estrazione di microrganismi con i quali riattivare il compost che si usa nel terreno. Si va a fare le zaffardature con materiale aziendale sia sulle barbatelle che si mettono in campo, sia sulle piante in post potatura, o il fermento di essenze vegetali autoctone per creare corridoi ecologici, un approccio molto particolare. Spesso trovo delle aziende biodinamiche che creano dei corridoi ecologici con specie autoctone, che magari aiutano la ripopolazione con ropaloceri o specie autoctone di farfalle…

 

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Dal punto di vista della sostenibilità economica del vigneto, che vantaggio dà?
Forse nessuno, non abbiamo riscontri sul fatto che avendo più farfalle in vigneto ci sia una riduzione delle malattie. Ma l’approccio biodinamico è di guardare al viventi come parte dell’organismo agricolo, che è fatto anche da farfalle, lombrichi eccetera.

Si può parlare di una qualità migliore o se non altro diversa nelle vigne biodinamiche?
Il termine qualità è molto da interpretare. Un vigneto biodinamico è all’interno di un organismo agricolo che cerca d’interpretare la dinamicità di un equilibrio vitale all’interno di un agrosistema.

Questo fa sì che nel medio e lungo periodo il vigneto riesca ad interpretare meglio il terreno su cui vive e le peculiarità climatiche che deve affrontare.

E fa sì anche che in generale i vigneti condotti i armonia con l’agrosistema nel quale si sviluppano, siano meno soggetti a sbalzi vegetativi come eccessi di vigoria o di indebolimento. Se in media guardiamo qual è il tipo di terreno in zone di eccellenza viti vinicola, quali possono essere le Langhe, ci troviamo in una situazione molto particolare, perché la media e la percentuale della sostanza organica che riscontriamo con un’analisi del terreno è spesso inferiore all’1%, quindi parliamo di terreni estremamente poveri. Ciononostante, se il vigneto riesce a instaurare un buon rapporto di sviluppo con il terreno e un buono sviluppo fogliare con la parte della pianta, il vitigno, anche se ipoteticamente sta sviluppandosi su un terreno non idoneo, riesce a far fronte a questa situazione e a dare dei prodotti che sono un eccellenza a livello mondiale.

E di tutto questo beneficia il vino?
Il concetto di qualità nel biodinamico si sposta un po’ dal concetto organolettico sensoriale del vino a un aspetto più ampio. Mi piacerebbe che si uscisse da un accostamento ormai purtroppo troppo facile e superficiale del vino biodinamico come vino “puzzone”.

In che senso vino ”puzzone”?
Ci sono persone che si accostano alla biodinamica per sentito dire o che non conoscono bene la pratica che cambiano o addirittura esaltano gli stessi gradi del vino come fosse un sintomo di naturalità. Questo non è vero, nel senso che in biodinamica o comunque in una viticoltura si possono fare vini d’eccellenza senza particolari problemi di questo tipo. Quello che si può verificare è che usando pratiche più invasive soprattutto in cantina, abbiamo dei vini davvero espressione della peculiarità del territorio, cosa che mal si accorda con una standardizzazione dei principi organolettici o analitico sensoriali. Può effettivamente succedere che un vino che abbia avuto la sua evoluzione febbrile con i lieviti che hanno impellicciato i grappoli in un vigneto in cui si è intervenuto in maniera molto leggera, si discostino da uno standard ottenuto con pratiche molto invasive con l’utilizzo di lieviti selezionati.

Dal punto di vista qualitativo mi preme dire che chi usufruisce del prodotto biodinamico, usufruisce non solo del prodotto ma dell’intero processo e di tutto ciò che questo ha lasciato nel luogo in cui questo si è verificato.

Perciò nel bicchiere di vino biodinamico si trova anche un percorso di qualificazione dell’agroambiente, di quell’organismo agricolo dove quel vino è stato prodotto. Questo va tenuto presente. 

Nelle Langhe la viticoltura biodinamica è diffusa o si sta diffondendo?
C’è sicuramente molto interesse. In zona c’è un’unica azienda vitivinicola certificata Demeter. E poi un’azienda in fase di iter di certificazione a Barbaresco. C’è però molto interesse per l’agricoltura biodimamica, sono sempre di più i produttori che si accostano per conoscerla di più. Sono anche molti quelli che fanno marcia indietro quando si rendono conto della complessità di un percorso che non si limita a fare il corno letame due volte l’anno, ma comporta una rivoluzione totale dell’azienda agricola e del modo di pensare l’agricoltura.

Ci sono delle varietà di vite più adatte alla biodinamica?
Ci sono delle zone più adatte, che ricalcano il buon senso. Ci sono stati anni in cui la viticoltura ha visto popolare zone, andando indietro aspetti molto più commerciali ed economici che non agro ecologici, ed oggi ci ritroviamo ad avere vigneti in zone assolutamente non idonee alla viticoltura, aldilà della biodinamica. Io non concepisco la viticoltura quando questa comporta una lotta continua contro le precipitazioni, l’umidità, le espressioni agro-pedo-climatiche, con un’agricoltura invasiva dove parliamo di decine di trattamenti nel corso dell’anno. Lì si tratta di una pratica assolutamente non sostenibile. Quindi più che vitigni adatti o meno, si tratta di saper veramente rivedere i propri vigneti e le proprie coltivazioni, eliminare filari quando questi comportino delle problematiche non gestibili.

 

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Lei è consulente dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica? Come funziona il suo lavoro?
Sì, a partire dal nuovo consultivo eletto nell’autunno del 2020, l’associazione ha ripreso in mano le attività di servizio ai soci, tra cui la consulenza tecnica. Le persone che richiedono assistenza tecnica devono essere comprese per capire cosa chiedono e di cosa hanno bisogno. Non sempre le due cose coincidono. A volte possono esserci persone che richiedono un certo tipo di servizio che non necessariamente è quello di cui necessita il loro organismo agricolo. Quindi l’assistenza tecnica parte da un primo approccio umano, spesso telefonico o telematico, che cerca di inquadrare questa situazione di partenza. A quel punto viene erogata la consulenza tecnica che è sempre un percorso corale. In agricoltura biodinamica è quanto mai necessario instaurare un rapporto di ascolto e di dialogo, perché noi consulenti possiamo mettere in campo le nostre consulenze ed esperienze, ma è l’organismo agricolo che deve essere coinvolto, ascoltato ed incentivato nelle sue criticità e punti di forza.

Perciò spesso la consulenza tecnica può essere un affrancamento, un cammino comune per impostare e creare un percorso. Altre volte può essere un’azione di tipo puntiforme, quando c’è necessità di un confronto con un occhio esterno per cercare di avere una visione al di fuori del proprio seminato, per capire meglio cosa sta succedendo.

Si predilige sempre un percorso di affiancamento. Evitiamo di “importare” l’assistenza tecnica come fosse una ricetta, come d’altra parte fa l’agricoltura biodinamica. Andiamo oltre “mi raccomando, con la luna discendente di aprile, usa il corno letame”. Cerchiamo di andare più in là. Altrimenti non ci discosteremmo molto da un approccio meccanicista e riduzionista.

 

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Valentina Gentile
Valentina Gentile
Valentina Gentile è nata a Napoli, cresciuta tra Campania e Sicilia, e vive a Roma. Giornalista, col-labora con La Stampa, in particolare con l’inserto Tuttogreen, con la testata online Sapeream-biente e con il periodico Libero Pensiero. Ha scritto di cinema per Sentieri Selvaggi e di ambiente per La Nuova Ecologia, ha collaborato con Radio Popolare Roma, Radio Vaticana e Al Jazeera English. In un passato non troppo lontano, è stata assistente di Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma, e ha insegnato italiano agli stranieri, lingua, cultura e storia del cinema italiano alle università americane UIUC e HWS. È cinefila e cinofila, ama la musica rock, i suoi amici, le sfogliatelle e il caffè. E naturalmente l’agricoltura bio in tutte le sue declinazioni, dai campi alla tavola.

Contatto: Valentina Gentile

1 thought on “Viticoltura biodinamica, una soluzione che arriva dalla terra. Intervista a Cristina Marello

  1. Esiste un modo molto piu’ efficace di aumentare la sostanza organica nel terreno concimando il sovescio con concimi mistorganici bio con azoto a lenta cessione (cornunghia ) che consentono di produrre almeno il doppio di sostanza secca e una attivazione microbiologica molto più importante.
    Se in sinergia si utilizzano polifenoli e attivatori metabolici estratti da piante tipo le cactaceee si ottiene una sinergica induzione alla resistenza a tutte le malattie e non rubiamo l’humus dell’ecosistema dei boschi .Io lo defifinisco biodinamico sinergico.

Parliamone ;-)