Maurizio Grandi

Maurizio Grandi, oncologo e immunoematologo di fama mondiale, ha fondato il centro "La Torre"

Persone prima di tutto. Individui. Sempre e comunque, anche da “malati”. Il dottor Maurizio Grandi, oncologo e immunoematologo di fama internazionale, ne è convinto: un medico deve curare chi ha di fronte. Non solo la malattia. È così che opera, ormai da anni, nella lotta ai tumori. Unendo, insieme alle pratiche convenzionali previste dal Ministero della Sanità, una terapia che va oltre il corpo – in questo caso corpo “malato” – per arrivare alla psiche e all’anima. Perché, spiega il professore, Medaglia d’oro dell’oncologia a Roma e Gran Croce di Cristoforo Colombo del Congresso degli Stati Uniti, siamo essere viventi, parte di un Universo in cui tutto interagisce. Piante ed animali inclusi.

Il professor Grandi ci tiene a precisare che l’approccio che porta avanti nella sua clinica La Torre a Torino («Un sogno, un’utopia, realizzata nel 1992» la definisce), non è un’alternativa ma un completamento delle cure convenzionali. «Un rimettere tutto insieme», dice.

 

Guarda l’intervento di Maurizio Grandi al convegno “Cancro e Anima” di Milano, 2015

 

Abbiamo dialogato con lui, che aveva in programma un intervento dal titolo “Terra e cibo. Risorse inestimabili in un percorso di salute”, al 36° Convegno Internazionale di Agricoltura Biodinamica in programma a Firenze lo scorso febbraio, annullato a causa dell’epidemia da coronavirus.

Le sue parole sono una riflessione attenta e profonda sulla malattia e sulla cura, intesa come cura dell’intero Pianeta, dalle piante che a loro volta ci curano, al cibo, di cui non riusciamo più a riconoscere il valore.

Un colloquio illuminante, soprattutto in questi giorni di caos, in cui il mondo occidentale scopre qualcosa che non aveva mai nemmeno preso in considerazione: ovvero, quanto sia drammaticamente facile “morire di globalizzazione”.

 

Il centro specialistico La Torre si trova a Torino ed è stato fondato nel 1992

 

Professore, che cos’è e come nasce “La Torre”, la clinica che lei ha fondato?
Il nostro centro nasce nel 1992 dall’idea di unire le discipline umanistiche a quelle scientifiche. L’Università di Vienna alla metà dell’Ottocento è stata grande perché il rettore dell’epoca aveva preteso che i medici frequentassero gli atelier degli artisti. Allo stesso modo gli artisti frequentavano la facoltà di medicina. Basta guardare alcune opere di Klimt per capirlo. Alcune immagini presenti nelle sue opere sono quelle che aveva visto al microscopio della Facoltà di medicina. Dunque il sogno de La Torre è semplicemente quello di rimettere insieme quello che era nato insieme. È un centro che si occupa di oncologia, immunologia, ematologia. Anche se non vuole essere un approccio riduttivo, di fatto molti pazienti hanno delle malattie oncologiche, legate anche a fattori ambientali. Questo non vuol dire che non si faccia carico anche di persone che hanno problemi diversi, però la maggior parte di coloro che vengono da noi e che ci scelgono hanno purtroppo queste patologie.

Come li curate?
Ci rifacciamo alle linee guida del Ministero e delle Società scientifiche, ad esempio, per le neoplasie dell’Associazione italiana di oncologia medica. Ma cerchiamo di considerare sempre che oltre alla malattia c’è una donna, c’è un uomo. Oltre alle linee guida, nella nostra struttura c’è l’etnobotanica farmaceutica e la fisica applicata alla medicina. Le due cose sembrano lontane, ma in realtà sono vicinissime.

“La Torre” non propone cure opposte alla chemio e alla radioterapia, piuttosto le integra con metodi che non siamo abituati ad associare all’oncologia: come funziona la vostra “guerra” al tumore?
Secondo me in ambito oncologico e in quello chirurgico non bisogna limitarsi ad una guerra: quel “nemico” possiamo per un certo periodo di tempo ridurlo di quantità. Purtroppo però spesso ha la capacità di ritornare. Un ritorno purtroppo molto simile a quello che si sta riscontrando adesso con il coronavirus, che in Asia pare ritornare in alcuni soggetti guariti dalla prima infezione.

Quando ho iniziato, fra il ’71 e il ’72, nel nostro paese c’erano sì e no, trentamila malati di cancro di nuova diagnosi. Adesso siamo arrivati a 376mila, a 378mila. Significa che non è quella la strada.

Questo non vuol dire che non debba essere usata, ma bisogna avere la capacità e l’onestà intellettuale di andare oltre. L’arma che abbiamo a disposizione è piena di effetti collaterali. È etico non occuparsene? È etico non dare vita ai giorni, oltre che giorni alla vita? Nel mondo abbiamo a disposizione 800mila piante, luce, suoni. Non sarebbe giusto proporre anche tutto questo insieme alle cure che già facciamo, a tutti? Si tratta della dignità delle persone.

Quali sono i limiti della medicina convenzionale, oltre al fatto che spesso non “vede” l’essere umano oltre la malattia?
Anche il disagio che stiamo vivendo in questi giorni mostra che tutti gli scienziati del mondo, insieme, oggi non sono capaci di gestire un virus. Quindi anche qualche domanda su cosa è la scienza, ce la dovremmo fare.

 

Per quanto riguarda l’aumento dei malati, secondo lei quali sono le cause?
Faccio riferimento ad alcune statistiche che circolano, consapevole e conscio che la statistica forse non è nemmeno una scienza. L’alimentazione pesa dal 35 al 50%. Più nella donna che nell’uomo, perché i cosiddetti interferenti endocrini, presenti nel cibo e sul campo, toccano di più l’asse ormonale femminile. E, per quanto corrispondano a quelli della prostata per noi maschi, sembra comunque che la donna sia più soggetta. Il fumo è in discesa, anche se è in aumento quello delle donne, e hanno calcolato che può causare tra il 15% e il 18%. I campi elettromagnetici che sono in crescita, pare che abbiano superato, a livello di rischio, quello del fumo. Poi c’è l’acqua di falda, poi quella di superficie e una componente, anche se non così importante, della genetica. Tutto questo, a mio parere, può far rientrare queste malattie nelle patologie ambientali.

Siamo più fragili anche a causa dell’aria che respiriamo, del cibo che mangiamo?
Non voglio andare aldilà di quelle che sono le mie conoscenze, ma esiste tutto il vissuto, la componente emozionale. Mi dispiace per le persone che stanno lottando oggi e con poche risorse contro questa malattia. Stiamo verificando adesso le fragilità dell’oggi, per la prima volta, proprio in questi giorni, davanti ad una malattia nei confronti della quale non possiamo pensare di essere protetti o in una bolla di sapone, perché siamo tutti connessi. Non possiamo fare questo affido alla scienza o alla pseudo scienza. Le persone si sentono scoperte, estremamente fragili. Almeno quelle che vengono da me. Il tumore ha una serie di tappe, ma la fragilità dell’oggi sicuramente rappresenta un altro elemento.

Siamo in una battaglia, la fragilità dell’individuo che scopre di avere una malattia come il cancro è in qualche modo simile a quella dei milioni di persone che in questi giorni stanno rimanendo nelle loro case senza sapere dove andare, cosa fare e cosa succederà.

L’aumento di neoplasie come i tumori, ma anche Sla, artrite reumatoide o fibromialgia, non può essere semplicemente legato al fatto che viviamo di più?
Questo si pensava circa vent’anni fa, l’oncogenesi a tappe multiple. Si diceva che bisognava arrivare ad una certa soglia per vedere la malattia e questo giustificava in parte la presenza di malattie come quelle che arrivano nella terza parte della vita, che inevitabilmente si è allungata. Però oggi l’incidenza grande non è quella degli ottantenni o dei novantenni. Anzi, si è visto che quando si supera la soglia del rischio, cioè i 50 o 60 anni, le persone riescono ad andare avanti finché possono. Le malattie arrivano prima. Pensiamo ad esempio a quelle che insorgono nella prima infanzia, a volte causate da residui embrionali. Quindi in realtà l’aspetto che vede una maggiore incidenza delle malattie connessa all’aumento della vita, in realtà è minimale.

 

Questo è valido anche per malattie come l’artrite o la  Sla?
Sì. Ci sono poi malattie come leucemie e linfomi che addirittura hanno un picco adolescenziale. Se vogliamo trovare una causa, consideriamo che l’inquinamento ambientale può avere varie declinazioni che possono incominciare anche molto presto.

Quindi sono malattie legate all’abuso di pesticidi, all’inquinamento ambientale, ai fitofarmaci, agli sconvolgimenti climatici?
Sicuramente sì. Quelle patologie ambientali che non avevano nemmeno un codice nosologico ma più spesso etichettate come problemi legati alla psiche, fibromialgia, encefalite mialgica, sindrome della fatica cronica… Non è che manchi anche una componente psichica ma qual è la causa che la sottintende? Oggi si comincia a pensare che il danno sia di tipo tossicologico, determinato da una carenza del sistema nervoso, che risponde in questo modo, mentre moltissimi colleghi fino a poco tempo fa pensavano che fosse il contrario. Queste malattie venivano identificate come equipollenti a quelle forme isteriche dell’Ottocento. Sono difficili da individuare. Nella patologia da lavoro, ad esempio, amianto è uguale tumore. Ossia una noxa patogena ad alta concentrazione dà un danno. Invece nel caso delle malattie ambientali non c’è un solo inquinante e non è così semplice individuare tutti i tasselli che fanno sì che ad un certo momento si determina quella malattia. E sono difficili da studiare, non ultimo perché spesso i danni non si vedono attraverso una risonanza o una tac o esami ematici, oppure ci vuole del tempo prima che siano visibili.

Sono malattie quasi invisibili dall’esterno, eppure “dentro” esistono…
Nella maggior parte dei casi le persone non hanno nessun danno di quel tipo, perché il primo danno è quello della comunicazione tra i vari organi. Le patologie ambientali toccano principalmente il cervello, l’identità. C’è un mancato riconoscimento ed è come se ci mettessimo a sparare contro pezzi di noi stessi. Ad esempio un cervello che con la risonanza risulta perfetto, crea comunque disagio perché non comunica all’interno. Un altro problema che toccano le patologie ambientali è l’infertilità di coppia. Un individuo sano, aldilà del fatto che può liberamente scegliere di non farlo, è quello che è capace di dar vita alla vita. Oggi quante coppie sterili abbiamo, a prescindere dall’alto numero di uteri in affitto e surrogati?

 

Una macchina agricola sparge pesticidi
L’agricoltura che abusa dei pesticidi rappresenta una base per l’insorgere di gravi malattie

 

Ci siamo forse troppo abituati a tutte queste cose non sane che ci circondano. Sono soprattutto le cose che mangiamo?
Anche. Credo che tutti siamo d’accordo nel metter il cibo al primo posto.

Com’è possibile in un paese come il nostro, che ha fatto del cibo il proprio vessillo nazionale e che è anche abbastanza paranoico su ciò che riguarda l’igiene? C’è forse un equivoco sul concetto di cosa è sano?
Sì. Sembra antitetico: noi siamo la società del benessere in cui le persone non stanno bene. E parlando del nostro paese, al livello dell’antropologia del cibo italiano, c’è una prima cesoia. Sono gli anni Sessanta, quel periodo di follia in cui purtroppo Torino è stata la peggiore. C’è stato l’esodo del contado dal Sud, abbiamo spostato le masse. I contadini meridionali hanno lasciato la loro cultura e sono arrivati alle Vallette, nella periferia settentrionale della nostra città, perdendo qualsiasi contatto con la campagna.

Per fortuna i primi anni sono arrivati con le nonne. Mantenevano una certa tipologia di vita, avevano idea di cosa significassero la terra, le stagioni, i diversi tipi di raccolto, di frutta, di verdura. Quando le nonne sono mancate, facendo un calcolo all’incirca nel 1970, è stato il disastro.

Le donne che dovevano lavorare hanno abbandonato la cucina, che era il punto di riferimento della famiglia. Adesso chi è che sa quando si raccoglie e si mangia un certo tipo di pomodoro? Come si può pensare di trovarlo dodici mesi all’anno? Il pomodoro lo si mangia quando è il suo periodo. La gente lo compra e lo mangia senza rendersi conto che arriva dall’altra parte del mondo, che è inquinato, che per produrlo ha inquinato e ha sfruttato chi lo lavora. Ma per arrivare a un buon prezzo si sono saltati tutti i rapporti con la nostra terra. Oggi ci troviamo con la Pianura Padana, che era l’unica pianura grande che questo paese di monti e di mari poteva avere, che è ormai un continuo di ciminiere e di fabbriche, oggi anche chiuse, che hanno scaricato dagli anni cinquanta tutta la peggiore petrolchimica che questa terra poteva immaginare. E gli industriali, negli anni, in cambio della mancia al politico, hanno avuto il permesso di scaricare di tutto e di più.

 

Pianura padana
La pianura Padana è fra i luoghi più inquinanti d’Europa


La Pianura Padana oggi è maglia nera dell’inquinamento europeo. E la nostra agricoltura di qualità?
Quanta terra ha comprato la ChemChina, che ha acquisito Syngenta, e quanto stanno impiantando soia che non serve a noi e quanto invece i cinesi stanno raccogliendo zucchine che invece sono italiane? Quindi in realtà qual è “l’alta qualità” dell’agricoltura italiana? La soia è entrata in Italia negli anni Sessanta grazie a Raul Gardini che la considerava il miglior mangime per le mucche da tiro. Oggi chi è la donna che non mangia soia? Questa è una piccola lista della follia collettiva. Quindi, senza voler sposare a tutti i costi la filosofia slow food, ma dov’è oggi la qualità nell’agricoltura italiana?

È difficile trovare agricoltura di qualità, ma è anche certamente difficile praticarla.
Certo. E anche con la politica che Bruxelles ha imposto all’Italia, come fanno gli agricoltori che vogliono fare qualità? Oggi è difficilissimo comprare materia prima di qualità.

Forse siamo anche tutti troppo abituati a dei prezzi molto bassi e non tutti possono accedere al cibo di qualità. Ma secondo lei, quindi, c’è una soluzione?
Secondo me il miglior investimento è comprarsi il calendario di Frate Indovino. Al mondo che lo ha dimenticato racconta quando matura il grano e quando si raccoglie l’uva. Ed è già qualcosa. E poi recuperare cose che abbiamo accantonato, dimenticato. Ad esempio per le proteine: ci sono i legumi italiani, rimasti a livello economico molto più accessibili. Già il fatto che qualcosa stia sul territorio lo rende meno caro.

Un altro elemento che abbiamo dimenticato sono le spezie, gli aromi. Un tempo tanto più non si avevano soldi, né il sale, tanto più i piatti erano coperti da sapori. Fino al 1951 non c’era il frigorifero e si speziava. Sono degli elementi anti putrefattivi e anti fermentativi. Oggi non c’è più questa abitudine. La fame la togli anche così e rapidamente.

La soddisfazione arriva per via olfattiva prima ancora della digestione, perché, anche in piccole quantità, il cibo aromatizzato e masticato satura i recettori olfattivi e gustativi molto prima di quando il contenuto nello stomaco, che viene dilatato, saturi, per il peso, i barorecettori contenuti al suo interno.

 

L'utilizzo delle spezie a tavola soddisfa i recettori olfattivi e gustativi
Fra gli elementi che abbiamo dimenticato ci sono le spezie, che svolgono una funziona anti-fermentativa e soddisfano i recettori olfattivi e gustativi


Ma a livello della produzione agroalimentare dov’è il problema?

Guardi, la mia famiglia ha una terra, da qualche secolo, vicino al delta del Po. Prima con 40 ettari di terra si viveva da signori, si facevano studiare i figli. Oggi non ci si vive e basta. Per entrare ad essere appena nella condizione economica decorosa devi mettere sul piatto milioni di euro. E chi può permetterselo oggi?

Le multinazionali…
Esatto. Infatti i nostri confinanti sono Società Bonifiche Ferraresi. Come fa oggi il contadino ad essere concorrenziale? Come fa sul piano degli investimenti? Alla fine della Seconda Guerra Mondiale sono arrivate le prime sementi del piano Marshall per aumentare la produzione. Poi c’è stata la meccanizzazione dell’agricoltura con i mietitrebbia: prima la spiga era alta due metri, anche due metri e venti, ci si andava con il falcetto. A quell’altezza gli insetti non arrivavano. Quindi non c’era bisogno dell’insetticida. Il mietitrebbia invece era alto al massimo un metro e mezzo. C’era bisogno dell’insetticida, però aumentava la produzione. Ed ecco fatto. Non è stata colpa di nessuno, se non di una politica che non ha tenuto conto della qualità ma della quantità.

Guarda l’intervento di Maurizio Grandi su “Cancro e malattie degenerative”


Che speranze hanno il biologico e il biodinamico?
Pensiamo ad una battaglia, una qualsiasi battaglia. Perché siamo in una battaglia per la sopravvivenza. Chi ha comprato gran parte della nostra terra non è interessato ai monti. Perché non ci possono andare con i loro mezzi. Per cui come in qualsiasi battaglia bisogna andare a mettersi sopra un monte. Abbiamo tutta la dorsale appenninica che sarebbe adatta a questo.

Una specie di nuova resistenza per l’agricoltura sana…
Anche se forse non succederà la mia speranza è che la gente cominci ad interrogarsi: che cosa dà oggi la grande città? Si muore di città. E non offre più tutte quelle cose che offriva trent’anni fa, quando sembrava vincente in confronto alla campagna. Non offre più nemmeno il lavoro. Perciò si può tornare alla terra. Quella della Pianura padana è troppo inquinata, c’è quella della dorsale appenninica. C’è il lavoro umano, non c’è bisogno di trattori da un milione di euro, perché tanto lassù non arrivano neanche. Si recupererebbe un patrimonio completamente abbandonato, sia sotto il profilo delle costruzioni, sia sotto quello dell’agricoltura. Si recupererebbe il ruolo fondamentale della foresta. In una campagna, in una zona a rotazione, c’era il bosco e non era perdita di grano, ma ricchezza che la biodiversità conservava.

 

La chioma di un albero
Gli alberi dialogano fra loro e con l’ambiente attraverso le chiome, sono la miglior metafora dello stare in rete

Il ruolo della foresta, di cui avrebbe parlato anche durante il suo intervento al convegno, quanto e perché è importante? Cosa rappresenta, oltre al fatto che riduce le emissioni di CO2?
È fondamentale per il benessere, per l’esistenza degli esseri umani. Lei pensi a questo: il più piccolo dei funghi ha 14 chilometri di radici, gli alberi comunicano attraverso le fronde. Sono connessi. Scambiano messaggi, risorse tra piante, insetti e batteri. E guardi, queste sono tutte cose che proponiamo alle persone che hanno la malattia: fare rete, perché nessuno da solo può trovare una soluzione. Se ci mettiamo tutti in rete come fanno le piante, con le radici, come in Pandora di Avatar, possiamo farcela. Ciascuno ha un ruolo ben determinato, ma tutto è connesso.

Ci farebbe qualche esempio dell’efficacia di questa “rete”?
Perché la propoli brasiliana ha un’attività neoplastica mentre la nostra propoli non ce l’ha? Perché lì le api determinano delle ferite su cui vanno i batteri, i funghi e insieme tutto questo la arricchisce con dei principi attivi la cui interazione porta a quel determinato risultato finale.

 

Biosphere è stata costruita in Arizona fra il 1987 e il 1991
Biosphere è stata costruita in Arizona fra il 1987 e il 1991


A proposito di biodiversità, un esperimento come Biosphere, costruita tra il 1987 e il 1991, sembra aver fallito i suoi obiettivi… Perché?
Perché noi non possiamo pensare di conoscere tutta la complessità del vivente, dovremmo avere l’umiltà di voler imparare guardando. Come ha fatto Leonardo da Vinci, che ha capito guardando alcune di queste interazioni presenti in Natura. E invece questi scienziati che oggi non sanno cosa dirci sul virus a parte di lavarci bene le mani, hanno fatto un esperimento catastrofico, un fallimento totale.

E invece quali sono gli effetti della vera biodiversità? Come funziona?
Prendiamo di nuovo, ad esempio, la propoli mantenuta in quell’ambiente, in cui non solo coabitano ma anche collaborano, la pianta, la terra, le api, i funghi. Si vede in maniera evidente che se non ci sono questi elementi, senza questa armonia che consente alla pianta e agli animali di vivere, si fa un prodotto che magari a livello quantitativo sarà buono, ma a livello qualitativo perde. Se vogliamo giocarla sulla propoli, perché è uno degli studi che abbiamo fatto, non c’è paragone sul tenore dei principi attivi, tra la prima e la seconda tipologia.

Agricoltura di qualità
L’agricoltura sana è l’unica via per resistere allo strapotere delle multinazionali


Qualità o quantità. Il problema è scegliere la prima…

La pianta continua a vivere e continua a vivere anche dopo. Si vede nel vino, nel momento della vendemmia, e quando lo metti sulla tavola, a secondo del colore della tovaglie, di chi hai di fronte, della musica di sottofondo. È vivo. E non puoi standardizzare il vivente. Puoi standardizzarlo come quantitativo di calorie. La quantità può fare la differenza quando ci sono delle popolazioni affamate, che muoiono di fame. Allora a quel punto si danno delle calorie per la sopravvivenza.

Ma la sopravvivenza è una cosa diversa dalla vita. Nel nostro mondo, nel nostro paese il problema della sopravvivenza lo abbiamo fortunatamente superato, anche se non è così per tutti, purtroppo. Ma possiamo smetterla di pensare solo alla quantità e pensare alla qualità.

Basta molto meno. Non si possono nutrire i nostri figli con dei prodotti-merce. Cosa diamo, ad esempio, come merenda ad un bambino in crescita? Oppure cosa diamo da mangiare ad una persona di una certa età, che magari inizia già di suo ad avere dei problemi nella comunicazione? Gli diamo qualcosa in base a un certo quantitativo di carboidrati e di proteine? Ma non è lì la vita.

 

Un mercato a Wuhan, la città cinese da cui si è diffuso il coronavirus
Un mercato a Wuhan, la città cinese da cui si è diffuso il coronavirus


Secondo lei quanto tutto questo, un’agricoltura sbagliata, un rapporto con il cibo malsano, oltre agli sconvolgimenti climatici e al cattivo rapporto con gli animali, ha a che fare con l’esplosione del virus Covid-19 che sta mettendo a rischio il mondo?

Secondo me tantissimo. È quello che intendo quando dico “morire di globalizzazione”. Un tempo si ripeteva la frase di Leibniz, “Natura non facit saltus”, e invece non è così, non è come ci hanno insegnato. Stavolta Natura facit saltus. Ed ecco di nuovo, siamo tutti connessi. E anche questo va a favore della biodinamica. Siamo tutti sullo stesso mondo.

Questo Coronavirus viene da un paese che ha praticamente fatto dell’inquinamento il suo slogan. Quello che prendi da una parte, e che ha permesso al PIL di andare avanti a due cifre, lo togli dall’altra. E pensiamo soprattutto ad alcune città della Cina: morire di globalizzazione è morire di città.

Il virus si è espanso. Lungo la stessa via, quella famosa Via della Seta che, se si guardano i giornali di qualche mese fa, veniva esaltata come una vittoria da parte dell’Italia che era riuscita a stringere questo accordo. In soli dodici giorni le merci potevano giungere dalla Cina all’Italia. Ecco, questo è il momento in cui dovremmo dire a noi stessi di fermarci. Non siamo andati forse un po’ troppo oltre? Questa è la realtà dei fatti. Come la famosa farfalla che, se sbatte le ali a Pechino può provocare un uragano nel resto del mondo. È la stessa cosa. E allora quell’economia non è così solida. E quella scienza, allora? Forse non è così grande. Ci mettiamo una volta tutti insieme? Torniamo a questa famosa universalità che è l’unica che consente di sopravvivere?

Universalità che non vuol dire globalizzazione…
Esatto. In tempi non sospetti ho avuto l’idea di fare un master magistrale in Antropologia della Salute dei Sistemi Complessi. L’idea è di spiegare ai ragazzi che non è la semplificazione la meta, ma lo studio della complessità. Essendo consapevoli che comunque non conosceremmo mai tutto.

Scrive per noi

Valentina Gentile
Valentina Gentile
Valentina Gentile è nata a Napoli, cresciuta tra Campania e Sicilia, e vive a Roma. Giornalista, col-labora con La Stampa, in particolare con l’inserto Tuttogreen, con la testata online Sapeream-biente e con il periodico Libero Pensiero. Ha scritto di cinema per Sentieri Selvaggi e di ambiente per La Nuova Ecologia, ha collaborato con Radio Popolare Roma, Radio Vaticana e Al Jazeera English. In un passato non troppo lontano, è stata assistente di Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma, e ha insegnato italiano agli stranieri, lingua, cultura e storia del cinema italiano alle università americane UIUC e HWS. È cinefila e cinofila, ama la musica rock, i suoi amici, le sfogliatelle e il caffè. E naturalmente l’agricoltura bio in tutte le sue declinazioni, dai campi alla tavola.

Contatto: Valentina Gentile

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