Gli organismi di certificazione rappresentano un anello fondamentale per generare l’affidabilità del mercato
Certificare bio, l’esperienza di Icea
Sono 360 gli organismi di certificazione in Italia, con 1.200 laboratori di prova e circa 200 laboratori di taratura. Comincia da quello che ha fondato Aiab il nostro viaggio in questo sistema che vale complessivamente 4,2 miliardi di euro e occupa circa 33mila addetti
In Italia gli oltre 360 organismi di certificazione, ispezione, verifica e convalida, 1.200 laboratori di prova e circa 200 laboratori di taratura accreditati rappresentano un valore del mercato complessivamente stimato in 4,2 miliardi di euro, con una base occupazionale di 33mila addetti (dati 2018, Accredia). Gli organismi di certificazione fatturano poco meno di 1,6 miliardi di euro, con oltre 10mila addetti. Tra questi rientrano anche i 18 organismi di certificazione del biologico riconosciuti dal Ministero delle Politiche agricole. Fanno parte del cosiddetto settore TIC, vale a dire Testing, Inspection, Certification, un anello fondamentale per generare l’affidabilità del mercato. Abbiamo deciso di conoscere meglio gli organismi di controllo e certificazione del biologico italiano intervistando gli uomini che ci lavorano.

A partire da Francesco Ruzzi, del Comitato di certificazione di Icea, uno dei più grandi organismi di controllo e certificazione fondato nel 2000 da Aiab, la storica Associazione Italiana Agricoltura Biologica. In quell’anno si stabilì, infatti, che fosse necessario distinguere un’associazione dall’organismo di controllo, individuando e creando due organismi autonomi per garantire l’indipendenza degli organi di certificazione dal momento che gli operatori controllati erano anche soci dell’OdC.
«Allora c’erano gli operatori-associati, che erano anche controllati. Il processo di certificazione pertanto poteva risultare, agli occhi dei consumatori, non del tutto indipendente» spiega Ruzzi.
Lui è di origini pugliesi, 62 anni, laureato in Scienze Agrarie a Perugia e iscritto all’Albo degli Agronomi, insegna presso l’Istituto agrario di Città di Castello (Pg) ed ha avuto un ruolo attivo nel mondo del biologico sin dai suoi esordi. Vive a Perugia ed è tra i partecipanti al tavolo ministeriale in Accredia per la revisione del RT 16, il documento tecnico di armonizzazione sul nuovo regolamento del biologico di prossima attivazione. Icea invece ha sede a Bologna, è un organismo autonomo e imparziale con un giro d’affari annuo di 10 milioni euro: «Abbiamo 24 uffici in tutta Europa, di cui 16 in Italia. Quattrocentoventi persone lavorano per la nostra organizzazione con strutture organizzate presenti su tutto il territorio nazionale. Questo è uno dei nostri punti di forza – riprende – Certifichiamo, con i 38 diversi schemi di certificazione, 22.000 aziende, di cui circa 16.000 sono quelle biologiche – riprende – In Italia, considerando che gli organismi di controllo e certificazione autorizzati dal ministero sono 18, Icea, da sola, certifica circa il 20% delle aziende bio italiane. Se consideriamo che, stando agli ultimi dati del Sinab le aziende agricole attualmente certificate sono 78.000, possiamo dire che un’azienda su cinque è certificata da Icea».
Visto che certificate il 20% del mercato italiano del biologico, ci può raccontare le tendenze in atto sul il mercato? Come sono le aziende biologiche in Italia? Quali principali caratteristiche le accomuna?
Una caratteristica peculiare è che le aziende biologiche, in media, sono più grandi di quelle tradizionali: l’azienda agricola media in Italia ha una Superficie agricola utilizzata pari a 6/8 ettari, mentre la media della SAU delle aziende certificate biologico è pari a 25/30 ettari. Quindi sicuramente le aziende biologiche hanno un impatto maggiore sul territorio, proprio perché mediamente più estese. Per quanto riguarda le aziende che trasformano i loro prodotti c’è sicuramente una evoluzione sul mercato, queste aziende hanno una visione più ponderata, sono più organizzate e vendono i propri prodotti anche sul mercato estero dove ci sono dei diversi schemi di certificazione come il COR per il Canada, il Jas per il Giappone e il Nop per gli Usa. In pratica sono aziende che alla certificazione bio aggiungono queste altre certificazioni per vendere all’estero. C’è da dire, comunque che il grosso delle produzioni è indirizzato al mercato locale. Una caratteristica comune è che l’imprenditore del biologico e in particolare quelli che trasformano i prodotti, hanno un’ottima preparazione, fanno innovazione nei processi e lavorano affinché il prodotto finale sia un prodotto di qualità.
Ci sono regioni che vanno più forte?
Il numero di aziende più cospicuo sta in Sicilia, Calabria e Puglia. Queste sono regioni con il più alto numero di operatori e, certamente favorite per la loro orografia, con superfici più cospicue. Ad ogni buon conto sono circa 2 milioni gli ettari coltivati a bio.
Visto che ha iniziato a lavorare per il biologico prima che uscisse il regolamento europeo del 1991, avrà avuto modo di conoscere molti imprenditori. Ci può descrivere l’imprenditore biologico?
Ho sempre suddiviso gli operatori del biologico in generazioni. All’epoca del primo regolamento sul bio, c’erano i pionieri, persone che avevano lasciato le città facendo una scelta di vita, molto sentita a livello valoriale. Poi attorno agli anni Duemila iniziarono i premi e la una nuova generazione entrò nel sistema grazie ai contributi. Più recentemente è subentrata un’ultima generazione, molto preparata e, rispetto alle due precedenti, più attenta al mercato e al profitto. L’operatore biologico adesso è sicuramente più consapevole rispetto al passato e applica il metodo biologico per una scelta gestionale, di politica economica. Ci crede, ci investe e cerca di non farsi schiacciare dal mercato ma, anzi, gestisce il suo mercato di riferimento.
Ma costa molto certificarsi?
Tutti i tariffari degli organismi controllo e certificazione, recentemente, sono stati omogeneizzati da parte del Ministero. La tariffa è in base sia alle ore impiegate con un costo orario stabilito, sia al rischio dell’azienda. Aziende con rischio più basso spendono di meno rispetto a quelle a rischio più alto. In precedenza, invece, le tariffe si basavano sugli ettari certificati e su una percentuale del fatturato venduto.
Quali sono le nuove sfide per le aziende certificate biologico?
Riuscire ad agire e a rimanere sul mercato nel tempo, ritagliandosi una propria fetta di clientela. Questa è una sfida impegnativa perché il problema non è tanto farsi conoscere con un nuovo prodotto ma, la difficoltà maggiore, è rimanere sul mercato per un lungo periodo.
Che cosa cambierà per le aziende certificate con il nuovo regolamento europeo sul biologico? È confermato lo slittamento dell’entrata in vigore tra due anni?
I rumor dicono che il regolamento non entrerà in vigore nel 2021, come era previsto. Nel nuovo regolamento ci sono delle novità sulla certificazione di gruppo e per quanto riguarda le aziende più piccole a basso rischio, che non verranno più controllate ogni anno ma ogni due. Di fatto non ci sono veri e propri stravolgimenti e comunque le aziende hanno un tempo congruo per adeguarsi, visto che molto probabilmente sarà prorogato di un anno.
Per quanto riguarda il Decreto rotazioni quale novità ci sono per le aziende certificate biologiche?
Il decreto rotazioni è una integrazione del vecchio decreto già esistente sulla gestione delle stesse. Nei considerando della norma di riferimento c’è scritto che le rotazioni delle colture garantiscono vitalità al terreno e ne mantengono la fertilità. Questo vale non solo per il biologico ma per tutta l‘agricoltura. Fare le rotazioni è una buona pratica, obbligatoria per le aziende certificate bio. Un appunto che si può fare al decreto in questione è quello che permette la pratica del maggese in, eventuale, sostituzione della leguminosa. Tale pratica agricola (che consiste nella messa a riposo di un appezzamento di terreno), da un punto di vista prettamente agronomico, non può essere comparata all’apporto nutrizionale che effettuano le leguminose da sovescio.
Nel 1987, insieme ad altri giovani laureati, tra cui Vincenzo Vizioli di Aiab, ha fondato ed è stato il primo presidente della Cooperativa Soluzioni Ecologiche che fa consulenza e assistenza per agricoltura biologica. Dal 2000 lavora con Icea. Come è cambiato in tutti questi anni il mondo del biologico?
Il biologico non è più un prodotto di nicchia, sembra più, ormai, uno status obbligatorio. E questa evoluzione degli ultimi anni ha coinvolto anche i grandi marchi e la grande distribuzione organizzata. Sono contento, con la mia scelta di vita professionale, di poter dare il mio contributo al sistema.
Scrive per noi

- Analista, facilitatrice, comunicatrice e ambientalista. Laureata in economia a Firenze con master in Ambiente alla Scuola Sant’Anna di Pisa, svolge l’attività di consulenza dal 2000. È tra le fondatrici, nel 2008 di Contesti e Cambiamenti. Organizzazione, comunicazione e partecipazione le sue aree di intervento. È curatrice di BiodinamicaNews, la newsletter dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica.
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