Nocciole sgusciate

Il nocciolo del problema. La corilicoltura intensiva che invade l’Italia

Sta diventando una delle monocolture più diffuse nel nostro Paese. La coltivazione intensiva di nocciole ha finora danneggiato soprattutto il centro Italia, con aumenti di tumore collegati all’uso di fitofarmaci chimici nelle zone dove è più diffusa

Da Alba ad Avellino, passando per Cuneo, Terni, Viterbo. E poi parti di  Abruzzo, Molise, Puglia. L’ultima moda dell’agricoltura intensiva si chiama corilicoltura, e l’Italia ne è diventata alfiere. Secondo produttore mondiale con una quota di mercato del 12%, infatti, la Penisola viene dopo solo alla Turchia con il suo temibile 70%. Il Lazio è la prima regione produttrice, con 45.967 tonnellate l’anno, 45.000 nella sola Viterbo. Poi c’è la Campania con 39.590 tonnellate. Solo ad Avellino se ne contano 15.200. In terza posizione il Piemonte, nonostante la notorietà della specie più rinomata, la Tonda gentile delle Langhe, con poco più di 20.000 tonnellate l’anno.

 

Due pescatori sulle rive del lago di Vico
La salubrità delle acque del Lago di Vico è stata fortemente compromessa dall’uso di farmaci chimici nei vicini campi di nocciole

Le cifre e la loro condensazione in singole zone parlano chiaro. La nocciola è diventata nel nostro paese una delle monocolture più diffuse, con un salto quantitativo notevole, che ci ha portati dai 58 mila ettari coltivati a nocciola del 2012 agli 86.253 mila del 2019. Un aumento notevole soprattutto negli ultimi anni, se si pensa che dal 2016 c’è stato un incremento di 13 mila ettari. E mentre nel resto del mondo si è registrato un calo, in Italia la produzione è aumentata. Anche perché proprio dalle nostre parti sono presenti le varietà migliori di nocciole, che rappresentano il 59% dell’intera categoria di frutta a guscio, contro il 35% delle mandorle. Allo stesso modo, l’impennata ha coinvolto il prezzo: dal 2012 il flusso di denaro è salito fino a toccare i 350 euro al quintale.

Il caso della Tuscia

Numeri senza dubbio allettanti, che promettono guadagni immediati e facili. Con le ovvie, ben note conseguenze sull’ambiente e sulla salute tipiche delle monocolture intensive. Una delle situazioni più a rischio, tanto da essere inserita anche nell’Atlante dei Conflitti Ambientali è senza dubbio quella della Tuscia, in particolare la zona compresa tra il Lago di Vico e quello di Bolsena, dove la corilicoltura è cresciuta a dismisura negli ultimi anni, stravolgendo anche parte del paesaggio. Come recentemente ribadito da un appello del Coordinamento Provinciale Viterbo “Articolo Uno”, proprio le acque del lago di Vico sono state duramente compromesse a causa dell’uso ultra decennale e massiccio di fertilizzanti e fitofarmaci chimici nelle numerose aree coltivate a nocciole che confinano con il lago.

 

Delle nocciole posate su un tronco
Quella della nocciola è diventata una delle monocolture più diffuse in Italia negli ultimi anni

Le stesse sostanze, oltre a compromettere la sicurezza e la salubrità dell’acqua, hanno favorito l’intensa fioritura di alghe rosse, fenomeno di cui il lago è vittima da diversi anni. Come spiegano vari rapporti dell’Isde, la fioritura del “Cianobatterio Plankthotrix rubescens”, detto alga rossa, e di altre specie cianobatteriche potenzialmente tossiche e cancerogene, oltre ad essere possibile conseguenza di scarichi fognari abusivi, di azione residua di contaminanti nel sottosuolo e di possibili attività illecite condotte all’interno e in prossimità della Riserva, è senz’altro legata all’uso dei prodotti chimici utilizzati.

Nocciole della discordia

La compromissione della qualità delle acque del Lago di Vico è ben nota ed è oggetto di numerosi altri studi da parte di Enti e Università, tra cui l’Istituto Superiore di Sanità, Cnr, Università della Tuscia, Università La Sapienza e Roma Tre. Durante una recente audizione alla Commissione Agricoltura e Ambiente della Regione Lazio, lo scorso 16 giugno, è stata presa in esame la situazione delle acque del lago, che serve i comuni di Caprarola e Ronciglione. La potabilità, già messa a rischio da elementi quali l’arsenico, derivante dalla natura di lago vulcanico, è stata compromessa ulteriormente dall’attività agricola, come sottolineato dalla dottoressa Milena Bruno dell’Iss,  che parla di un “netto peggioramento” della situazione in anni recenti, per l’aggiunta di “nuove tossine prodotte nel lago”. Negli ultimi due anni in particolare, spiega la dottoressa Bruno, si sono raggiunti picchi notevoli, tali da rendere insufficienti gli impianti di potabilizzazione. Il lago rappresenterebbe quindi un rischio non solo per l’uso umano, ma per l’intero ecosistema.

Il Lago in cattive acque

Una situazione confermata, tra gli altri, anche dal professor Giuseppe Nascetti del Dipartimento di Scienze Ecologiche e Biologiche dell’Università della Tuscia, che parla di un “lago trasformato dalle attività umane”, con una crescita inesorabile di nutrienti a base di azoto che ne hanno modificato la struttura. Le conseguenze della salute sui cittadini del viterbese sono evidenti dal Registro tumori della provincia di Viterbo del 2019: l’incidenza di melanomi cutanei e leucemie risulta essere significativamente superiore alla media nazionale.

 

Il Lago di Bolsena
Il Lago di Bolsena. La zona del viterbese registra un numero di tumori superiore alla media nazionale

Il tasso standardizzato è di 21,8 ogni 100 mila abitanti, contro una media nazionale inferiore a 18 casi negli uomini e a 15 nelle donne. Lo sviluppo della nocciolicoltura nel viterbese, spinto dai Piani integrati Mediterranei finanziati dall’Unione europea, sarebbe, secondo vari studi, collegato all’aumento di casi di tumori nella zona. Nel maggio del 2019 l’Isde ha depositato in Prefettura un’analisi approfondita delle acque, che indica come il degrado del bacino idrico e dell’ecosistema sia legato principalmente all’uso ultra decennale di fertilizzanti e fitofarmaci chimici nelle aree coltivate a nocciole nella zona.

Ecosistemi a rischio nel centro Italia

Ma Viterbo non è sola. Nel gennaio del 2019 suscitò scalpore la lettera aperta della regista Alice Rohrwacher, pubblicata su La Repubblica. Rohrwacher, toscana di nascita e vissuta in provincia di Terni, ha lanciato un appello ai governatori di Lazio, Toscana e Umbria affinché frenassero la corsa della corilicoltura intensiva. La regista, riferendosi in particolare all’altopiano di Alfina, tra Orvieto e il lago di Bolsena, dove vive, zona in cui, come scrive “il confine tra Umbria, Lazio e Toscana è quasi invisibile”, parla di «Un paesaggio nuovo e trasfigurato, campi, siepi e alberi scompaiono per far posto a impianti di nocciola a vista d’occhio». Proprio qui Rohrwacher ha realizzato Le meraviglie nel 2014 e Lazzaro Felice nel 2018.

 

La regista Alice Rohrwacher
L’appello di Alice Rohrwacher ai tre governatori di Umbria, Toscana e Lazio è rimasto eluso (Foto: Wikipedia)

Adesso si dice preoccupata per una situazione che rischia di compromettere, oltre ad ecosistema e salute, anche l’economia locale: «Non è la preoccupazione estetica del cittadino che vuole la bella campagna per rilassarsi la domenica. Fenomeni di tale vastità non possono non avere un impatto sull’ambiente e sull’assetto socio-economico di un territorio». Per questo la regista si chiede e chiede se siano stati fatti degli studi approfonditi sull’impatto di una trasformazione così grande. Le risposte sono state elusive mentre restano attivi gli accordi firmati nel 2015 dalle Regioni Lazio, Toscana e Umbria per incrementare complessivamente di 20mila ettari la nocciolicoltura nell’ambito del Progetto Nocciola Italia di Ferrero che punta al 30% di colture in più entro il 2025.

 

 

Cimici e tossicità

È chiaro che non si può imputare al frutto della nocciola di per sé alcuna colpa, né demonizzare tout court la scelta di agricoltori e produttori. Sono oltretutto presenti, su tutto il territorio, numerosi esempi di corilicoltura virtuosa, biologica e biodinamica. I pericoli sono quelli legati a tutte le monocolture intensive, che chiaramente la domanda di nocciole da parte di multinazionali come Ferrero rischia di rendere ancora più numerose. I rischi sono quelli ben noti, collegati all’uso di pesticidi, insetticidi e fitofarmaci chimici, in particolare, nel caso delle nocciole soprattutto gli antiparassitari usati contro le cimici, in particolare contro la cimice asiatica. Lambdacialotrina ed Etonfeprox, infatti, i due fitofarmaci chimici utilizzati, sono in grado di provocare reazioni allergiche cutanee e sono altamente nocivi se inalati e pessimi per l’ambiente.

 

Una cimice asiatica
L’ Halyomorpha halys, nota come cimice asiatica

Il nocciolo della resistenza

Nel frattempo non mancano storie di resistenza. Le aziende che fanno corilicoltura biologica nel mondo come nel nostro Paese, sono presenti e numerose, e rappresentano una fetta molto importante della produzione di nocciole. Allo stesso modo, ci sono aziende che hanno detto no a Ferrero, c’è il calabrese Consorzio Torre di Ruggiero di Giuseppe Rotiroti, che ha rifiutato di firmare accordi con la multinazionale perché “incompatibile con la logica della globalizzazione”. Nel Valdarno l’espansionismo Ferrero ha suscitato non poche polemiche, con agricoltori, associazioni e cittadini che hanno aderito alla lettera aperta Progetto Nocciola Italia? No grazie, che oltre a sottolineare i danni da coltivazione intensiva, si sofferma anche sul rischio economico. Una vecchia storia, tanto cara alla logica dell’agricoltura intensiva: si promettono guadagni, spesso approfittando della situazione di precarietà in cui versa gran parte del settore agricolo, ma alla fine le scelte fatte si rivelano svantaggiose per i produttori. Che si ritrovano alla fine con terreni impoveriti da trattamenti chimici, ormai di scarso valore economico.

Scrive per noi

Valentina Gentile
Valentina Gentile
Valentina Gentile è nata a Napoli, cresciuta tra Campania e Sicilia, e vive a Roma. Giornalista, col-labora con La Stampa, in particolare con l’inserto Tuttogreen, con la testata online Sapeream-biente e con il periodico Libero Pensiero. Ha scritto di cinema per Sentieri Selvaggi e di ambiente per La Nuova Ecologia, ha collaborato con Radio Popolare Roma, Radio Vaticana e Al Jazeera English. In un passato non troppo lontano, è stata assistente di Storia del Cinema all’Università La Sapienza di Roma, e ha insegnato italiano agli stranieri, lingua, cultura e storia del cinema italiano alle università americane UIUC e HWS. È cinefila e cinofila, ama la musica rock, i suoi amici, le sfogliatelle e il caffè. E naturalmente l’agricoltura bio in tutte le sue declinazioni, dai campi alla tavola.

Contatto: Valentina Gentile

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