Michele Lorenzetti di Terre di Giotto

Michele Lorenzetti è il titolare dell'azienda di Terre di Giotto

Nel cuore del Mugello, il vigneto biodinamico di Michele Lorenzetti

Ha fondato l’azienda nel 2006. E alterna l’attività produttiva, che raggiunge le 12mila bottiglie l’anno interamente certificate Demeter, con la formazione per diffondere il metodo biodinamico fra i viticoltori. La storia della casa vinicola Terre di Giotto

Un vigneto stretto e lungo, raffigurato peraltro nelle etichette di alcune sue bottiglie, fra i boschi di castagni e querce del Mugello. Qui Michele Lorenzetti ha impiantato nel 2006 i primi vitigni, recuperando le varietà spazzate via alla fine dell’Ottocento dalla fillossera: il Sauvignon Blanc, il Sauvignon Gris, il Pinot nero e il Riesling. Una produzione molto apprezzata, la sua, all’insegna della biodinamica. E proprio con lui abbiamo voluto confrontarci per capire quale motivi spingano un numero sempre maggiore di aziende vitivinicole a seguire il metodo fondato da Steiner. Originario di Frascati, vicino Roma, Michele non proviene da una famiglia di agricoltori. Si forma laureandosi prima in Biologia e poi in Viticoltura ed Enologia:

«Come biologo – racconta – durante le prime lezioni di viticoltura che frequentai fui impressionato dalla quantità di chimica che veniva utilizzata nelle vigne. Non si parlava di equilibrio degli ecosistemi: erbe, insetti, funghi tutto sembrava avere come unica soluzione i trattamenti di sintesi».

 

Carlo Noro
Carlo Noro, fra i più importanti produttori di preparati biodinamici, è stato fra i maestri di Michele Lorenzetti

 

È in questo periodo che, cercando su internet un’alternativa a quanto gli veniva insegnato, scopre la biodinamica e frequenta un corso organizzato dall’Associazione per l’agricoltura biodinamica presso l’azienda agricola Cascine Orsine di Zelata di Bereguardo (PV). Tra i docenti  c’era Carlo Noro, il più importante produttore italiano di preparati biodinamici. «Carlo mi ha introdotto al metodo biodinamico e grazie alla sua grande esperienza ho potuto mettere a frutto le mie competenze scientifiche sul campo, lavorando nella sua azienda di Labico, vicino Roma, fino al 2003». È nel 2004 che si trasferisce in Toscana dove inizia a fare le prime consulenze per la conversione delle aziende al metodo biodinamico mantenendo comunque una stretta collaborazione con Noro. Nel 2006 poi il grande passo: acquisisce un terreno e fonda l’azienda agricola Terre di Giotto a Gattaia, una frazione di Vicchio del Mugello, paese natale dell’artista del Rinascimento.

 

Il vigneto alle Terre di Giotto, nel Mugello
Il vigneto alle Terre di Giotto, nel Mugello

«Aprire la mia azienda agricola è stata un’esigenza, avevo bisogno di mettermi in gioco direttamente, anche se ho continuato a fare consulenza alle aziende», riprende Michele. Il primo ettaro piantato nel 2006, la prima vendemmia nel 2009, oggi l’azienda ha un’estensione totale di cinque ettari di cui 2,6 a vigneto. Si tratta di due corpi separati: la parte più vecchia è in alto, sull’Appennino a circa 600 metri sul livello del mare, la più recente invece è in prossimità del centro abitato di Vicchio a 200 metri di altitudine dove, oltre alle vigne, c’è anche la cantina.

«La terra alta produce vini di lungo affinamento: Pinot nero in purezza, Chenin Blanc & Sauvignon, Riesling, tutti vini che vanno nel mercato dopo tre o quattro anni e che possono rimanere in bottiglia anche per lungo tempo. Nelle terre basse invece produco vini della tradizione toscana, bianco Trebbiano e Malvasia di Candia, rosso Sangiovese, Canaiolo e Tempranillo, vini fatti per essere imbottigliati e messi in commercio già dopo un anno, senza lunghi affinamenti».

 

Le bottiglie di Gattaia che produce Michele Lorenzetti, artefice delle Terre di Giotto
Le bottiglie di Gattaia che produce Michele Lorenzetti, artefice delle Terre di Giotto

 

La produzione viene venduta per il 70% all’estero e il restante in Italia a ristoranti ed enoteche. Dal 2015 la vinificazione è svolta tutta internamente con una produzione che va dalle 10mila alle 12mila bottiglie l’anno, tutte certificate biologico e biodinamico con marchio Demeter. Con l’associazione Demeter Italia, l’ente che certifica le aziende biodinamiche, Lorenzetti collabora anche come coordinatore del gruppo viticoltori:

«Siamo un piccolo gruppo di viticoltori che ha supportato operativamente Demeter nella revisione dei disciplinari relativi alla produzione e trasformazione del vino, disciplinari a cui si devono attenere tutte le aziende certificate».

Un’esperienza, quella di Michele Lorenzetti, che combina la produzione propria con quella delle consulenze presso aziende vitivinicole che vogliono passare al biodinamico: «Non mi occupo di biologico e quindi seguo solo le aziende che intendono convertirsi all’agricoltura biodinamica. E non si tratta solo di aziende che sono già certificate secondo il regolamento biologico europeo. Capita di seguire aziende convenzionali che fanno il passaggio direttamente al biodinamico. Per una buona parte dei miei clienti poi seguo anche tutti gli aspetti enologici collegati alla vinificazione».

 

Nella sua cantina sono utilizzate prevalentemente anfore di terracotta provenienti dalla regione del Kakheti nella Georgia orientale, dove il vino nacque ottomila fa, ma anche in vasi vinari in cemento. «Gli altri tipi di contenitori, come per esempio quelli fatti in legno, cedono delle aromatiche che diventano parte del vino, mentre le anfore di terracotta e i vasi cemento sono più neutri. Il cemento non scambia ossigeno, è un ambiente in riduzione, mentre l’anfora ha una costante capacità di cedere l’ossigeno che sviluppa tutta una serie di capacità evolutive del vino accelerandone la maturazione». Nel mondo dei produttori di vini naturali queste due tipologie di contenitori sono utilizzate sempre più, oltre all’acciaio Inox.

 

Michele Lorenzetti con le grandi anfore in terracotta all'esterno della sua azienza
Michele Lorenzetti con le anfore in terracotta provenienti dalla Georgia orientale, dove il vino è nato ottomila anni fa

«Ma non è il contenitore che fa la differenza –  specifica Michele – è la materia prima, è l’uva che fa il vino. Noi biodinamici lavoriamo sulla fertilità del suolo, sulla vitalità della struttura biologica del terreno, per sviluppare la massima capacità espressiva della pianta e il miglior frutto possibile». Per questo si ricorre a una concimazione secondo natura: «Portiamo azoto nel terreno con la semina di sovesci polifidi o attraverso compost fatti con letame bovino. I sovesci sono un mix di una decina di semi di leguminose, graminacee e crucifere: la partecipazione contemporanea degli apparati radicali di queste specie consentono di esplorare il terreno a diverse profondità e facilitano la penetrazione della sostanza organica nel suolo». Michele racconta che ha difficoltà a reperire il letame bovino e quindi per la sua azienda utilizza cumuli vegetali, composti di vinaccia, i residui della spremitura delle uve.

 

Guarda la lezione di Carlo Noro e Michele Lorenzetti sulla viticultura biodinamica

E poi, molto importante, l’utilizzo dei preparati biodinamici che attivano processi biologici all’interno del terreno. «La “costruzione del suolo” si ottiene da una parte con la concimazione e dall’altra attraverso l’attivazione dei processi biologici grazie ai due preparati biodinamici: il 500, vale a dire il corno letame, e 501, cioè il cornosilice. Di queste sostanze ne utilizziamo solo piccolissime dosi perché in natura, nel mondo dei processi biologici, le quantità non hanno molto senso. Basti pensare che per far fermentare 10mila chilogrammi d’uva sono sufficienti poche centinaia di grammi di lievito. I processi biologici, quindi, sono azioni che la natura compie non attraverso la grossolana quantità ma attraverso la qualità. Ecco perché è sufficiente distribuire 200 o 300 grammi di preparato 500 su un ettaro di terreno umido, bagnato, in modo tale che le gocce possano penetrare all’interno del terreno. Il 500 ha un’enorme biodiversità di microorganismi che arrivano anche a duemila tipi diversi». Una somministrazione, quella del preparato 500, che viene realizzata nei periodi più temperati dell’anno, in autunno e primavera.

 

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«Anche il preparato 501 impatta sul processo biologico, quello della fotosintesi, che costruisce la materia vegetale grazie all’energia luminosa e all’anidride carbonica. Il 501 stimola un potenziamento della luce sulla pianta e segue la sua fase di crescita, dal germogliamento in poi. In altre parole questo preparato è molto adatto a seguire la fase di costruzione di zuccheri, cellulosa, lignina che costituiscono il tessuto della pianta. Il 501 infatti compartecipa alla fondamentale azione della fotosintesi attraverso l’apertura della pianta ad uno spettro luminoso più ampio». Michele spiega poi quanta importanza abbia la luce anche per sintetizzare gli zuccheri che, dalle foglie, scendono verso le radici e da lì al suolo per nutrire i microrganismi del terreno che a loro volta restituiranno alla pianta altri nutrienti:

 

«È un ciclo, uno scambio virtuoso tra luce, pianta, radice e comunità microbica del terreno e Steiner ha avuto una grande intuizione nell’individuare nei due principali preparati biodinamici il sostentamento delle due alimentazioni della pianta, quella che parte dal terreno e quella che invece arriva dall’atmosfera».

L’agricoltura biodinamica nel frattempo si sta diffondendo anche nel Mugello. «C’è una discreta crescita di aziende che hanno deciso di convertirsi alla biodinamica, non solo vitivinicole ma anche aziende di apicoltura, ortaggi, seminativi. Si sta creando una piccola comunità che mi auguro continui ad aumentare nel tempo. D’altronde i risultati della biodinamica sono interessanti e pratici e non c’è bisogno di ricorrere a spiegazioni “strane” e cadere nel tranello dei detrattori che ci accusano di pratiche magiche. Steiner, infatti, ha inteso questa agricoltura con l’obiettivo di rivitalizzare e ricostruire al meglio la struttura biologica del terreno attraverso l’attivazione di processi virtuosi che sono scientificamente spiegabili».

Scrive per noi

Carlotta Iarrapino
Carlotta Iarrapino
Analista, facilitatrice, comunicatrice e ambientalista. Laureata in economia a Firenze con master in Ambiente alla Scuola Sant’Anna di Pisa, svolge l’attività di consulenza dal 2000. È tra le fondatrici, nel 2008 di Contesti e Cambiamenti. Organizzazione, comunicazione e partecipazione le sue aree di intervento. È curatrice di BiodinamicaNews, la newsletter dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica.

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