Andrea Martini, veterinario, è fra i massimi esperti di zootecnica biologica e biodinamica
Benessere animale, sicurezza, qualità. La zootecnia biologica secondo Andrea Martini
Dalla denuncia, nel 1964, di “Animal machines” sui maltrattamenti del modello intensivo alla formulazione delle “cinque libertà” oggi al centro del Regolamento comunitario e dei disciplinari Demeter. Fino alle più recenti pratiche di agroforestry. Come si evolve la cultura dell’allevamento
In occasione della Settimana tematica di formazione dedicata alla zootecnia abbiamo incontrato Andrea Martini, veterinario che dagli anni Ottanta si occupa di medicina alternativa per gli animali e professore in pensione, che ancora tiene un corso su Zootecnia biologica e benessere animale presso la Scuola di Agraria dell’Università degli Studi di Firenze. Martini è stato anche vice presidente di ZooBioDi, l’Associazione italiana di zootecnia biologica e biodinamica.
Professor Martini, ci può raccontare la genesi della zootecnia biologica?
La zootecnia biologica è una materia relativamente giovane. Nel primo regolamento europeo sul biologico non si parlava degli animali. La tematica del benessere animale è stata stimolata dalla pubblicazione, nel 1964, del libro “Animal machines” di Ruth Harrison dove si parlava delle condizioni di maiali e galline, negli allevamenti intensivi. L’opinione pubblica fu scioccata dalle rivelazioni del libro e da allora iniziò un movimento di opinione che portò alla nascita della scienza del benessere animale. Nel 1965 in seguito al report di Sir Brambell furono poste le basi di quelle che sarebbero state le famose cinque libertà. Gli animali avrebbero dovuto avere la libertà di alzarsi, sdraiarsi, girarsi, pulirsi da soli e allungare gli arti. La formulazione delle cinque libertà in seguito fu ampliata e nella loro versione definitiva sono diventate uno dei pilastri del benessere animale ed in seguito della zootecnia biologica. Nel 1991 a Witzenhausen, in Germania, Ifoam organizzò il primo Congresso internazionale sulla zootecnia biologica dove furono poste le basi del sistema biologico di allevamento degli animali. Il primo regolamento europeo sulle produzioni animali biologiche è del 1999, Reg. (CE) n. 1804/1999, infatti fino ad allora questa tematica non era normata. Proprio per il fatto che questa materia è piuttosto recente ci sono ancora ampi margini di miglioramento.
Quali sono le cinque libertà che l’allevatore biologico deve garantire agli animali?
La prima libertà è quella dalla fame, dalla sete e dalla cattiva nutrizione che garantisce all’animale l’accesso all’acqua fresca e a una dieta che lo mantenga in piena salute. La seconda è di avere un ambiente fisico adeguato che includa riparo e una comoda area di riposo. La terza è la libertà dal dolore, dalle ferite, dalle malattie, raggiungibile attraverso la prevenzione e una diagnosi e un trattamento tempestivo. La quarta libertà è quella di manifestare le proprie caratteristiche comportamentali specifiche, fornendo all’animale spazi sufficienti, strutture adeguate e la compagnia di animali della propria specie anche per potersi riprodurre. Ed infine la quinta libertà, quella dalla paura e dal disagio, raggiungibile assicurando all’animale condizioni e cura che non comportino sofferenza psicologica, evitando per esempio ambienti con forti rumori che li possano spaventare, che non ci siano predatori e che non ci sia né troppo caldo né troppo freddo. Il Regolamento comunitario, così come i disciplinari Demeter per il biodinamico, con le loro norme cercano di garantire queste cinque libertà.
Ci può descrivere la situazione attuale e quali sono gli aspetti che possono essere migliorati?
Si sa che i consumatori europei acquistano i prodotti biologici di natura animale per due aspetti fondamentali. Da una parte pesa molto la questione relativa alla sicurezza alimentare, perché vogliono acquistare prodotti biologicamente sani e, dall’altra acquistano biologico e biodinamico proprio per la sensibilità verso il benessere animale. Quest’ultimo aspetto sta crescendo sempre più negli anni. Lo dimostra il fatto che oggi nei supermercati non si trovano più le uova prodotte da galline in gabbia, nonostante quest’ultime esistano ancora e vengano usate nell’industria alimentare. La certificazione biologica garantisce tanti aspetti relativi al benessere animale, ma molto ancora potrebbe essere fatto.
Il consumatore tende a pensare che le vacche che producono latte biologico stiano tutto il giorno in un pascolo verde, ma non è sempre così. Il ricorso alle deroghe è molto frequente e si arriva persino a consentire di tenere gli animali legati.
Credo che si potrebbe ovviare a queste problematiche creando delle certificazioni di prodotti biologici ad alto benessere animale, perché nella realtà esistono degli allevamenti biologici o biodinamici che sono meno intensivi e più rispettosi della naturalità dell’animale e questo dovrebbe essere valorizzato. Il marchio biologico europeo, almeno per adesso, invece non discrimina le aziende con diversi livelli di benessere.
Cosa contraddistingue la zootecnia biologica da quella convenzionale?
La zootecnia biologica si contraddistingue da quella convenzionale proprio per l’attenzione al benessere degli animali. Tocca tutti gli aspetti, dal sistema di alimentazione, alle razze che vengono scelte, da come gli animali vengono curati, agli spazi a loro disposizione. Per quanto riguarda la cura, per esempio il regolamento prescrive cure preventive, come per esempio l’uso di alimenti di alta qualità, il movimento regolare e l’accesso ai pascoli, per stimolare le difese immunologiche naturali degli animali e l’utilizzo delle medicine è consentito solo quando un animale è malato o ferito. In merito alle medicine è specificato che i prodotti fitoterapici, come estratti vegetali ed essenze, quelli omeopatici e gli oligoelementi sono preferiti agli antibiotici o ai medicinali veterinari allopatici ottenuti per sintesi chimica. In altre parole, si può curare un animale con prodotti chimici ma solo in ultima istanza, quando le cure più naturali non ottengono i risultati sperati e per evitare sofferenze o disagi all’animale. Esiste comunque un limite che è di tre trattamenti all’anno con medicinali convenzionali.
Si sente sempre più spesso parlare di agroforestry, una pratica inserita anche nella lista degli eco-schemi della nuova Pac. In cosa consiste?
Si tratta di un sistema di allevamento integrato nell’ambiente, sia naturale che agricolo. È ideale per l’allevamento degli animali bradi o semi bradi che riescono ad integrarsi bene con gli arbusti e gli alberi presenti nell’agroecosistema. Gli animali sono liberi di nutrirsi e di trovarsi un riparo e, allo stesso tempo, tengono pulito il terreno e, con le loro deiezioni, portano azoto e quindi elementi nutritivi alle piante. È una pratica che porta molti vantaggi in termini di benessere animale ma è necessario fare attenzione al carico di animali che si inserisce in un ambiente, perché un carico troppo alto potrebbe creare danni inquinando suolo e falde e distruggendo le piante presenti.
L’integrazione tra agricoltura e allevamento è certamente più sentita per chi pratica il metodo biodinamico per i quali la presenza del letame è essenziale per la fertilizzazione del suolo.
Infatti, negli standard Demeter, la presenza degli animali è obbligatoria e addirittura è specificata una quota minima di animali pari allo 0,2 UBA/ha. Io credo che la presenza di animali nelle aziende agricole sia molto importante perché aumenta la biodiversità. Gli animali allevati attraggono altri animali, indirettamente aiutano la propagazione delle piante, attraggono gli insetti e fanno sì che l’ambiente si arricchisca di molteplici forme di vita animali e vegetali sia sopra che sotto terra.
A proposito dei biodinamici, il fatto di mantenere le corna alle vacche è un fattore che incide sul benessere animale?
Il fatto di lasciare le corna alle vacche è molto importante per i biodinamici, perché un’animale con le corna produce un letame biologicamente più attivo. Un animale con le corna è più completo e, senza dubbio, lasciarle crescere è più rispettoso della sua natura. In particolare per le vacche le corna sono un modo per stabilire le gerarchie. Le vacche più anziane, con corna più grandi, sono quelle che nella gerarchia del branco occupano i livelli più alti. Ritengo che sia importante preservare la loro natura e bruciare l’abbozzo corneale ai giovani per impedire che le corna crescano è una pratica che dovrebbe essere evitata, così come tutte le altre mutilazioni, come le castrazioni, il taglio della coda o dei denti dei suini.

Documenti internazionali indicano che il contrasto ai cambiamenti climatici deve passare anche da un cambiamento delle diete, con una forte riduzione del consumo di prodotti di origine animale. Questo come impatterà sul sistema di allevamento attuale?
Per fare fronte alla crisi climatica credo che sia necessario un cambiamento nella dieta. Spostarci verso un regime alimentare vegetariano credo che sia praticabile soprattutto per gli adulti che possono far fronte al fabbisogno di proteine attraverso i latticini e le uova. La carne potrebbe essere utilizzata nelle diete nelle fasi più critiche della vita umana, per i giovani oppure per gli anziani. Credo che si potrebbe privilegiare l’allevamento delle razze da latte e da uova e utilizzare la carne degli animali a fine “carriera” per nutrire gli esseri umani che ne hanno più bisogno. Dovrebbe quindi terminare la pratica di ingrassare animali solo per produrre carne. Uno dei pericoli che vedo riguarda l’idea di produrre animali super produttivi, geneticamente modificati, per allevarne meno e contrastare la produzione di gas serra.
Questo però è uno scenario che porterebbe a un incredibile perdita di biodiversità e che dobbiamo assolutamente cercare di scongiurare.
Scrive per noi

- Analista, facilitatrice, comunicatrice e ambientalista. Laureata in economia a Firenze con master in Ambiente alla Scuola Sant’Anna di Pisa, svolge l’attività di consulenza dal 2000. È tra le fondatrici, nel 2008 di Contesti e Cambiamenti. Organizzazione, comunicazione e partecipazione le sue aree di intervento. È curatrice di BiodinamicaNews, la newsletter dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica.
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