La road map di Legambiente per un Recovery plan sostenibile prevede un ruolo importante per la bioagricoltura
Il Piano nazionale di ripresa e resilienza secondo Legambiente
L’associazione ambientalista presenta il proprio dossier per un Recovery plan adeguato alla sfida del clima, dell’innovazione e dell’inclusività. L’agroecologia al centro del progetto, tra filiera corta e agroalimentare senza pesticidi
Ventitré priorità di intervento, 63 progetti territoriali da finanziare e cinque riforme trasversali necessarie per accelerare la transizione ecologica e rendere la Penisola più moderna e sostenibile. Sono i contenuti del dossier Per un’Italia più verde, innovativa e inclusiva – Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che serve al Paese che Legambiente ha presentato pochi giorni fa.
Una bussola per il piano
Nel documento l’associazione ambientalista descrive, regione per regione, quelle sarebbero le opere da realizzare e quelle da evitare, indicando come spendere le risorse che l’Europa ha messo a disposizione dell’Italia con il Next Generation EU, i quasi 69 miliardi di euro destinati alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” e i 32 miliardi destinati alle “Infrastrutture per la mobilità sostenibile”. Un’Italia più verde, più vivibile, innovativa e inclusiva, così potrà diventare la nostra penisola da qui al 2030, secondo l’associazione ambientalista, se saprà utilizzare al meglio le opportunità sul tavolo. L’associazione è critica con il Pnrr predisposto dal Governo:
«Un piano privo di una bussola, dove la grande assente tra le priorità trasversali è proprio la crisi climatica e dove manca la messa a punto di obiettivi, strumenti e interventi dettagliati, coerenti e integrati tra loro, tale da delineare la visione del Green Deal Italiano e le tappe della transizione per tradurlo in realtà».
Agroecologia per il clima
Invece la lotta alla crisi climatica è proprio quella che ha guidato Legambiente nella redazione del suo Recovery Plan e tra le priorità d’intervento, naturalmente, c’è anche l’agroecologia, motore indispensabile del “made in Italy” agroalimentare a cui nel Pnrr nazionale propone che vengano destinati solo 2,5 miliardi di euro, contro i 27 per le opere ferroviarie per la connessione veloce. «La lotta ai cambiamenti climatici passa anche per un sistema alimentare che contribuisca alla riduzione degli impatti climalteranti, alla valorizzazione dei prodotti di filiera corta, allo sviluppo dell’agricoltura biologica e alla qualificazione di tutte le filiere agroalimentari in chiave ambientalmente e socialmente sostenibile».

Diminuire i carichi emissivi, liberare l’agricoltura da un’eccessiva dipendenza dall’industria chimica, ridurre il fabbisogno idrico ed energetico e, nel contempo, favorire la tutela della biodiversità. «La visione agroecologica sottesa al Green Deal europeo ci chiede di andare oltre la produzione – si legge nel documento – allargando lo sguardo a tutta la filiera, includendo il consumatore. In questa chiave vanno letti non solo gli obiettivi della strategia europea “Farm to Fork” (riduzione di apporti di fertilizzanti, di pesticidi e di farmaci veterinari), ma anche la sua visione che punta a un sistema europeo del cibo che metta al centro la salute dei cittadini e la salvaguardia degli ecosistemi, pianificando una profonda ristrutturazione della filiera agroalimentare». E ancora:
«L’agricoltura, asse portante dell’economia made in Italy, deve divenire un settore strategico anche dal punto di vista ambientale – continua il documento – a cominciare dalle sfide imposte dalla crisi climatica, e puntare sull’innovazione, scoraggiando anche economicamente pratiche agricole e zootecniche intensive e a elevato impatto ambientale».
Obiettivo 40%
Il documento di Legambiente indica come obiettivo quello di raggiungere il 40% di superficie coltivata a biologico entro il 2030. Inoltre afferma la necessità di favorire la diffusione della produzione di biometano per il trattamento di scarti agricoli e deiezioni animali, degli allevamenti sostenibili, della tracciabilità delle materie prime e dei prodotti trasformati. Auspica un maggiore benessere animale, la riduzione dell’inquinamento delle acque, dell’aria e dei terreni, l’indipendenza mangimistica, la promozione dell’economia circolare in agricoltura tramite l’utilizzo di materiali riutilizzabili, riciclabili e compostabili. E aggiunge:
«La sostenibilità sociale impone di combattere con rigore la lotta al caporalato e alle diverse forme di sfruttamento umano che si sono insediate nei nostri territori in questi anni, all’uso illegale dei fitofarmaci e la diffusione di buone pratiche di riutilizzo sociale dei terreni confiscati alle mafie».
Tra i progetti da finanziare anche la riduzione dei consumi energetici e lo sviluppo delle rinnovabili nelle lavorazioni in campo e nella logistica dei prodotti agroalimentari con la realizzazione di impianti agrivoltaici integrati con la produzione agricola e la rottamazione dei mezzi a gasolio, incentivando l’acquisto di trattori a biometano gassoso e Tir a biometano liquido e la riduzione dei consumi idrici sia attraverso buone pratiche colturali e sistemi di microirrigazione che attraverso l’uso di acque reflue civili depurate. Da eliminare anche l’uso della plastica sui terreni agricoli e negli imballaggi dei prodotti attraverso la sua sostituzione con quella compostabile. E per la biodiversità la realizzazione degli spazi dedicati alle infrastrutture verdi aziendali come le vegetazioni a prato e, per le specie impollinatrici, le fasce tampone. Da finanziare anche la formazione agli agricoltori rispetto alle modalità tecniche di attuazione del modello agroecologico. Il documento specifica anche quali progetti non debbano essere finanziati o realizzati: nessun sostegno alle iniziative legate all’agricoltura e alla zootecnia intensive né per «progetti che perseguono il ricorso a “scorciatoie tecnologiche” non sufficientemente valutate per i profili di rischio, a partire dall’impiego di OGM comunque denominati (inclusi i cosiddetti NBT)».

Riforme indispensabili
Infine le riforme necessarie individuate da Legambiente per il settore agricolo. A livello europeo, rivedere le priorità della PAC per allinearla alle strategie europee Farm to Fork e Biodiversità superando la logica dei finanziamenti a pioggia e per ettaro. Nella definizione del Piano Strategico Nazionale impostare la road map per l’attuazione entro il 2030 degli obiettivi di riduzione del 50% dell’utilizzo di pesticidi e di antibiotici negli allevamenti, del 20% di quello di fertilizzanti, nonché la destinazione di una percentuale minima del 10% di superficie agricola ad habitat naturali. E poi, approvare il nuovo Piano di Azione Nazionale sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari con un’attenzione specifica rivolta alla drastica diminuzione della chimica in agricoltura e sopprimendo le agevolazioni IVA per i prodotti fitosanitari.
Approvare la legge sull’agricoltura biologica, quella contro le aste al doppio ribasso di prodotti agroalimentari e quella contro gli illeciti agroalimentari e le agromafie.
Promuovere politiche che garantiscano una giusta retribuzione agli operatori della filiera agroalimentare. Migliorare le condizioni di sicurezza e salute degli addetti del settore e rafforzare i controlli, diminuiti del 33% nel 2019, e l’applicazione della normativa vigente nella sua totalità, istituendo, per esempio, in tutte le province le sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità, anche prevedendo una certificazione, al pari di quella del biologico, sul rispetto dei diritti sociali. Ed infine sostenere l’applicazione della legge sul caporalato.
«Non si sprechino le risorse europee – ha dichiarato Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – La ripartenza del Paese parta da un profondo pacchetto di riforme per accelerare la transizione ecologica: servono più semplificazioni, controlli pubblici migliori, un’organizzazione burocratica aggiornata professionalmente e all’altezza della sfida, una maggiore partecipazione con una nuova legge sul dibattito pubblico che riguardi tutte le opere per la transizione verde, per coinvolgere i territori e ridurre le contestazioni locali. Solo così si darà concretezza al nome scelto per il PNRR: Next Generation Italia, con un forte richiamo agli impegni che si assumono per le prossime generazioni».
Scrive per noi

- Analista, facilitatrice, comunicatrice e ambientalista. Laureata in economia a Firenze con master in Ambiente alla Scuola Sant’Anna di Pisa, svolge l’attività di consulenza dal 2000. È tra le fondatrici, nel 2008 di Contesti e Cambiamenti. Organizzazione, comunicazione e partecipazione le sue aree di intervento. È curatrice di BiodinamicaNews, la newsletter dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica.
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