Sergio Guidi, presidente dell'associazione Patriarchi della natura, ai piedi di una quercia

Sergio Guidi, presidente dell'associazione Patriarchi della natura, ai piedi di una quercia nel parco dei Nebrodi

Salviamo gli alberi antichi, custodi della casa comune

Il patrimonio arboreo ci offre da secoli beni e servizi come ossigeno, cibo, stabilità del terreno e bellezza. Così l’associazione “Patriarchi della natura” cerca di tutelare gli esemplari più antichi, presidio di biodiversità e resilienza. La testimonianza del presidente, Sergio Guidi

L’ambiente oggi è sotto assedio da parte dell’uomo, la nostra casa comune brucia e noi non stiamo facendo nulla per spegnere l’incendio. I cambiamenti climatici sono sempre più evidenti e le temperature medie del continente salgono: dovremmo ridurre le emissioni di anidride carbonica che invece aumentano. Dovremmo tutti adottare uno stile di vita e alimentare più sostenibile, ridurre il consumo di energie fossili, ridurre gli sprechi, evitare la perdita di biodiversità, ma stiamo facendo troppo poco. Eppure avremmo un grande alleato: l’albero, l’unica forma di vita che sa trasformare sostanza inorganica in organica, sfruttando l’energia pulita del sole.

I patriarchi arborei lo fanno da secoli e millenni, offrendoci beni e servizi come ossigeno, umidità, aria pulita, cibo ma anche stabilità del terreno, bellezza del paesaggio ecc. Teniamo presente che se un albero è datato circa 300 anni, significa che per tre secoli esso ha imprigionato l’anidride carbonica nel suo legno, senza favorire l’effetto serra. E questo processo continua da 500 milioni di anni, quando le prime alghe di acqua dolce hanno iniziato a colonizzare la terraferma.

Salvare i patriarchi arborei dall’estinzione, riprodurli e piantarne i figli è la migliore risposta per aiutare il nostro pianeta, come sostengono anche papa Francesco, Carlo Petrini e Stefano Mancuso col progetto 60 milioni di alberi. I nostri patriarchi sono piante molto rustiche avendo oltrepassato senza troppi danni i secoli e i millenni. Alcuni di loro sopportano assai bene anche la siccità per cui possono essere utilizzati in zone aride, semidesertiche, contribuendo così a migliorare l’ambiente. Se pensiamo alle piante del passato che ancora vivono con noi dopo secoli risulta abbastanza intuitivo capire che queste sono le piante del nostro futuro in quanto sono la miglior risposta di adattamento all’ambiente e al clima che cambia velocemente. Se un albero ha vissuto per 200 anni significa che ha saputo resistere a 200 estati più o meno siccitose, a 200 inverni più o meno rigidi, a grandi nevicate, a grandine e a burrasche. Nel suo dna ci sono i geni di tale resistenza e questi vengono trasmessi in parte ai figli.

Chi meglio di lui o dei suoi figli potrà darci le garanzie per affrontare il futuro?

Gli alberi monumentali forestali dimostrano con la loro longevità di sapersi adattare all’ambiente e alle variazioni climatiche per cui possono essere considerate piante portaseme di grande valore genetico e dovremmo impiegare i semi (ghiande, pinoli, ecc.) per produrre le giovani pianticelle con le quali ricostituire i boschi nelle aree distrutte a seguito di incendi o abbattimenti. Poiché i grandi patriarchi arborei sono in pratica le armature della terra, la loro azione di consolidamento del suolo sarà trasmessa anche ai propri figli e avremo così le maggiori garanzie di stabilità del terreno.

 

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Per quanto riguarda i patriarchi da frutto non solo sono adattati all’ambiente in cui vivono ma sono stati selezionati già in passato dall’uomo per alcune caratteristiche indispensabili: per prima cosa dovevano essere piante rustiche e resistenti alle principali patologie, anche perché gli agricoltori del secolo scorso non avevano a disposizione i prodotti antiparassitari di sintesi che oggi sono sul mercato e quindi era l’agricoltore stesso che abbandonava quelle varietà che erano facili preda dei parassiti. Poiché tali frutti erano consumati dai nostri avi il nostro corpo riconosce questo dna, mentre il cibo “moderno” risulta sconosciuto e potrebbe favorire intolleranze.

 

Sergio Guidi accanto al cotogno più grande d'Italia, in val Rendena, nel Trentino-Alto Adige
Sergio Guidi accanto al cotogno più grande d’Italia, in val Rendena, nel Trentino-Alto Adige

Per evitare di perdere questo straordinario patrimonio genetico contenuto nei grandi patriarchi arborei che rischiano l’estinzione ho realizzato una rete di vere e proprie banche genetiche in cui si trovano i gemelli degli alberi più antichi e a rischio di estinzione.

Questi giardini hanno anche l’obiettivo di divulgare e far conoscere questa biodiversità per poterla salvare. Inoltre la rete ha anche l’importante funzione di permettere lo studio dei cambiamenti climatici attraverso l’analisi delle fasi fenologiche, dall’apertura delle gemme fino alla fine del ciclo vegetativo. Alcuni nodi di questa rete: il Giardino dei patriarchi lombardi a Milano, il Frutteto della biodiversità al Fico di Bologna, il Giardino dei patriarchi d’Italia a Roma sull’Appia antica, il giardino degli olivi secolari del Parco storico agricolo dell’olivo di Venafro (Cb). In Emilia Romagna ho realizzato con Arpae  e l’associazione Patriarchi della Natura, la rete dei frutteti della biodiversità costituita da vari giardini conservativi come il Frutteto del Palazzino nel Parco Villa Ghigi (Bo), la Cattedrale delle foglie e delle piante contadine di Cesenatico (Fc), il Giardino dei Frutti per non dimenticare di Gattatico (Re), presso il Museo Cervi, il Frutteto degli Estensi di Ferrara, il Sentiero dei Frutti Perduti di Verghereto (Fc), i Frutti delle Mura di Piacenza, l’Orto dei frutti dimenticati del Parco Teodorico di Ravenna.

Inoltre dispongo di una nursery nella quale vengono conservate le piccole piante gemelle e figlie degli alberi monumentali italiani, alcuni dei quali già scomparsi. Ma grazie a questa struttura il loro dna per fortuna è preservato per il nostro futuro.

 

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Scrive per noi

Sergio Guidi
Sergio Guidi, agronomo ed esperto di biodiversità, ha ideato e cura la Rete dei Frutteti della Biodiversità, la prima in Italia, nata per conservare il germoplasma delle specie agrarie e forestali a rischio di estinzione, riproduce le specie e varietà a maggior rischio di erosione genetica a scopo conservativo e per l’implementazione della rete. Si occupa di ambiente, agricoltura e alimentazione naturale. E’ autore di numerose pubblicazioni e collabora con ISPRA per la realizzazione della collana di quaderni sui “Frutti dimenticati e biodiversità recuperata”. È presidente dell’associazione
Patriarchi della Natura in Italia che si occupa della tutela e valorizzazione degli alberi monumentali italiani.

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