Roberto Brioschi

Roberto Brioschi, autore di numerose pubblicazioni e rubrichista di Agricolturabio.info

La bioagricoltura sociale al tempo del Coronavirus

Con la terribile pandemia che stiamo attraversando s’infrange il mito del Capitalocene come apportatore della “buona vita” ed eradicatore degli “antichi mali”. Come riparare la separazione tra umano e naturale attraverso un modello agricolo generativo e improntato alla tutela del Bene comune

Nel Mondo del disastro climatico, dell’inquinamento globale, della deforestazione e desertificazione, del land grabbing, del Glifosate e degli ogm, ove il diritto alla salute e l’accesso alla cura sono sottratti alla maggioranza dell’umanità, sempre nuove malattie infettive possono svilupparsi e diffondersi. A partire dal salto tra animale selvatico e uomo la diffusione è quasi istantanea, grazie alle merci agli uomini che viaggiano contemporaneamente e ovunque nel volgere di una manciata di ore, alle concentrazioni abitative e produttive delle regioni ed aree metropolitane.

Epidemie e pandemie contagiano la storia: tanto il manifestarsi e diffondersi che il loro decorso sono influenzati dalle relazioni tra gli uomini e dalle interazioni di essi con il pianeta. Gli ultimi cinquant’anni hanno visto la comparsa di Hiv, Hantavirus, febbre di Lassa, Marburg, Legionella, Epatite C, Lyme, Rift Valley fever, Ebola, Nipah, West Nile virus, Sars, Bse, Aviaria, Chikumgunya, Norovirus, Zika, il Covid 19 (F. Snowden “Epidemics and society,”, Yale University Press, 2019), colera e peste di nuovo in America Latina e India (Oms, Report 2018).

 

René Descartes, qui nel celebre ritratto di Frans Hals (1649)
René Descartes, qui nel celebre ritratto di Frans Hals (1649)

Il mito del Capitalocene dello sviluppo infinito apportatore della “buona vita” e della eradicazione degli “antichi mali” è continuamente infranto, così come l’idea che l’intelligenza scientifica sia data unicamente dalle scoperte scientifiche, perciò negando quanto invece valgano ed abbiano influenza le condizioni ambientali, sociali, produttive e riproduttive nella vita del genere umano.

È la messa in scena della separazione anche ontologica tra soggetto ed oggetto, ove la complessità della dimensione relazionale viene ridotta per mezzo della unidirezionalità, oggi utilizzata per occultare la natura del reale.

Una visione propria della Filosofia della scienza e della Scienza stessa con Descartes (cogito) prima e successivamente con Galileo sino alla contemporaneità. Implica la costruzione quantitativa ma riduzionistica del sapere ottenuta per mezzo della misurazione oggettiva e ripetibile: è la scienza che separa non solo il Soggetto dall’Oggetto ma anche il Fatto dal Valore. Paradigmi fondanti dello sviluppo capitalista e della sua modernità. Ovviamente non intendo la Scienza in quanto tale (che è la ricerca umana), ma di quella scienza che dalla fine del XVI secolo opererà a stretto contatto con l’Economia e ne diverrà produttiva convenienza.

 

La peste di Firenze nel 1348 di Luigi Sabatelli
La peste a Firenze nel 1348, cui è dedicato il prologo del Decameron di Boccaccio, nel quadro del pittore settecentesco Luigi Sabatelli

 

Osserviamo alcune esemplificazioni degli effetti della disconnessione – anche relazionale – fra soggetto e oggetto e di come questi effetti tendano a scomparire quando avviene la ri-composizione, l’interdipendenza. La malaria e tifo che scompaiono in Europa con le bonifiche dei territori acquitrinosi e le riforme agrarie, con la fruibilità di condizioni abitative e di vita salubri. Come già avvenne per la pandemia della Peste Nera a metà del XIV secolo che fece 20.000.000 milioni di morti: si trasmise attraverso le pulci dei topi, scomparve con il miglioramento delle condizioni igieniche e alimentari negli insediamenti umani. Dalla metà degli anni Trenta del secolo scorso il Ddt venne immesso in commercio per sterminare la zanzara anofele e le pulci al fine di debellare la malaria, con la fine della Seconda guerra mondiale venne anche massicciamente utilizzato in agricoltura quale insetticida polivalente. Nel 2019 la malaria uccide un bambino ogni due minuti in Africa, Sud Est asiatico ed America Latina, ricompare episodicamente nell’area Mediterranea. Il Ddt è vietato poiché cancerogeno, le tracce si fissano nel Dna umano e delle piante, lo ritroviamo oggi nel latte delle gestanti dopo tre generazioni, si fissa nella catena alimentare. La medesima “capacità” di entrare nei Dna dei vegetali, animali ed umani è documentata negli attuali diserbanti a base di Glifosate (come il Roundup della Monsanto, il Touchdown della Syngenta, similari della Bayer).

La miseria del cibo spazzatura prodotto dalla rivoluzione verde, dagli Ogm e dalle colture transgeniche, obbliga al consumo massiccio degli integratori alimentari per lo più di sintesi chimica: la mala salute.

Questo il giudizio degli agricoltori sin dalla prima campagna di raccolta del mais da sementi ibride americane, messo a confronto qualitativo e quantitativo con il Marano e il Nostrano d’Isola, tradizionalmente coltivati nei territori: «[…] è granturco spiccatamente da foraggio o da industria e non adatto per l’alimentazione umana» (“L’informatore Agrario di Verona”, 1949). Alla fine degli anni Ottanta la produzione del granturco per ettaro raggiunse i 70 quintali, ma concepiti per l’alimentazione dei maiali da allevamento poiché «la selezione per la produttività punta sull’accumulo di amido» (Aa. Vv., “Polenta di qualità in Friuli”, Ed. Camera di Commercio, 1987). Così ebbe inizio la modernizzazione della agricoltura italiana a seguito del Piano Marshall.

 

Guarda il video della Cbs dedicato a Rachel Carson,
la scrittrice americana che punto l’indice contro il Ddt con il suo “Primavera silenziosa” (1963)

 

L’industrialesimo alimentare aliena l’uomo dalla natura e quindi da se stesso. La trasformazione della materia prima in precotto e surgelato, un prodotto-merce, abituerà a una soddisfazione olfattiva e gustativa l’uomo-consumatore che lo farà adattare al prodotto consumato e così facendo obbedirà alle norme economiche contenute nel prodotto medesimo. Metafora dei rapporti tra gli uomini non più mediati dalle merci ma mediati dal processo di produzione, ovvero dall’economia che li costruisce.

Le merci indottrinano e manipolano, promuovono una falsa coscienza, auto immune dalla propria falsificazione. Le merci sono i soggetti e noi diveniamo il prodotto. Esse attivano il desiderio individuale, propedeutico al desiderio consumistico di massa così atteso dall’accumulazione del cibo e dal Mercato.

Il Mercato è il solo senso dell’Economia, di qualsivoglia declinazione della economia. Ma il Liberismo è solitudine, costruisce la singola persona come soggetto autonomo che percepisce ogni interconnessione ed interazione con l’altro come ostacolo allo sviluppo del sé. La mancanza di un “tu” con il quale comunicare rende privo di significanza la vita stessa, la priva del senso. L’esistenza come viaggio senza la meta. I frutti della agricoltura verde esemplificano al meglio la contemporaneità che ha depauperato l’uomo di ogni legame e memoria fisica, sociale e culturale, ha cancellato ogni concezione del Bene comune.

È imperativo categorico riconnettere soggetto ed oggetto ri-collocandoli nel reale. La “separazione”, l’alienazione ha conseguenze sociali devastanti poiché la Salute non è più considerata un Bene comune universale e ne viene eliso il concetto medesimo del Diritto alla Salute, rappresentandola come un “metafisico limbo” di “non diritto” sostituita dal costo della cura alimentare, fisica, sanitaria: il mantenersi in salute, proporzionale al reddito della singola persona ed al profitto che se ne può quindi ricavare. La Salute, bene comune, sfigurata in cura viene individualizzata, soggettivata, resa proprietà privata. La proprietà privata è proprietà privante.

 

Un secchio stracolmo di plastica e altri rifiuti
Lo spreco di cibo e di materia conferma l’insostenibilità del modello di consumo infinito

 

Altrettanto accade per il cibo, che tanto concorre alla salute: esso ha il valore di una categoria merceologica, è uno degli addendi della accumulazione di uno sviluppo infinito in un pianeta finito, alla corrente data aggiornata nell’ossimoro della crescita etica e sostenibile del Green New Deal promissorio degli “equi” profitti attesi dagli investitori. È il prodotto commestibile dell’“agricoltura verde” intesa come attività estrattiva in una Terra privatizzata e quindi escludente, propria di un’Economia che pone a centro il consumo individuale, fondata sulla proprietà privata e lo sfruttamento illimitato di quello che è utile alla vita umana contenute da Gaia. Insostenibile ecologicamente quanto socialmente.

C’è un legame indissolubile tra ambiente e salute: bioagricoltura e alimentazione sono gli “strumenti” ermeneutici per comprenderne l’esatto senso. Sono Beni comuni: in sé e di per sé, necessari a rapporti sociali che esprimano la soddisfazione delle esigenze della vita umana basata sull’essere e non più sull’avere. Le condizioni ecologiche dell’esistenza abbisognano di relazioni qualitative poiché siamo tutti partecipi del Bene comune.

Non si ha un Bene comune ma si è parte  di un ecosistema, il cui equilibrio richiede un’intelligenza collettiva propria della bioagricoltura che non sottrae risorse ma le utilizza rigenerandole per soddisfare i bisogni di tutti, secondo necessità e mai per accumulazione.

 

Mani nella terra
La bioagricoltura riconcilia le relazioni fra uomo e natura

 

Questa agricoltura ha cura e si prende cura, è generativa, contribuisce ad eliminare la separazione tra umano e naturale poiché l’uomo non è più il dominus collocato al di fuori della Natura. Coltiva cooperazione tra ecosistemi – anche sociali –, insegna ad imparare attraverso il reciproco riconoscimento, è un insieme condiviso in una comunità ecologica, è essa stessa soggetto costituente e cogente della comunità ecologica. L’armonia ecologica dell’ecosistema della agricoltura naturale (patrimonio delle civiltà umane tutte) riconosce il limite umano, delle attività umane verso il pianeta, rende consapevoli del limite. Agli antipodi, l’agricoltura verde, figlia dell’economia estrattiva e accumulatrice, ha la presunzione di poter rimuovere ogni limite (identificato quale vincolo) per mezzo della “tecnologia&genetica”: le planetarie conseguenze devastanti sono palesi.

L’agricoltura biologica di-mostra come il Bene comune non sia solo un oggetto materiale (vedi l’acqua, le foreste, ecc.) ma esprima categorie dell’essere, del rispetto, della inclusione partecipativa. La relazione complessa del nutrimento che è relazione di vita in una Gaia che è comunità di comunità viventi. Autenticamente essa coniuga rapporti comunardi di interdipendenza, di mutualismo tra ambiente, territorio, collettività, individui.

La bioagricoltura è ecologico-qualitativa, è natura e cultura, tradizione e futuro: un futuro comune.

Scrive per noi

Roberto Brioschi
Roberto Brioschi
Roberto Brioschi (1952), ruralista e ricercatore, è cofondatore della Scuola di Economia Trasformativa, membro del Comitato Scientifico dell’Osservatorio sulla Economia Civile della Regione Campania e del Comune Sostenibile di Calitri; membro della Rete dei Semi Rurali. Pubblica per Altreconomia Edizioni.

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