Virginia Lombardi è docente di Economia ed estimo rurale presso l’Università degli Studi di Firenze

Virginia Lombardi è docente di Economia ed estimo rurale presso l’Università degli Studi di Firenze

Ginevra Virginia Lombardi è docente di Economia ed estimo rurale presso il Dipartimento di Scienze per l’Economia e l’Impresa dell’Università degli Studi di Firenze. Avrebbe dovuto tenere il suo intervento dal titolo “Agricoltura biodinamica e sostenibilità del sistema agroalimentare in Italia” durante la prima giornata del 36° Convegno dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica, a febbraio. Poi il Coronavirus che ha costretto gli organizzatori a rinviare l’evento. Abbiamo però voluto ripercorrere con lei il senso della relazione che aveva preparato ed entrare nel merito della sua ricerca nell’ambito del sistema agroalimentare.

 

Due mani con dei chicchi di grano sullo sfondo di un campo
L’agricoltura ha svolto a lungo un ruolo di servizio, utile a rifornire di cibo le aree urbane in crescita, senza tener conto del giusto prezzo (Foto di Håkon Fossmark da Pixabay

 

«Il mio intervento sarebbe partito dal ruolo che ha avuto il settore agricolo nello sviluppo industriale mondiale – racconta la Lombardi – Questo ruolo fu teorizzato già alla fine dell’800 e messo in pratica, nel contesto italiano, dagli anni Venti in poi. L’agricoltura ha avuto una funzione di servizio cedendo all’industria i propri fattori della produzione, manodopera, capitali e terra, con l’obiettivo di garantire cibo a prezzi bassi per la popolazione urbana in crescita. Per raggiungere questo obiettivo l’agricoltura ha attraversato un processo di trasformazione verso modelli di produzione industriale che hanno modificato paesaggio, territorio e abitudini di consumo in gran parte del pianeta».

Come è avvenuto questo passaggio?
Nella pratica è stato trasferito il modello di produzione industriale all’agricoltura che, però, ha un processo produttivo dettato da processi biologici, che hanno luogo in contesti territoriali ed ambientali eterogenei e quindi sono difficilmente standardizzabili e adattabili a obiettivi di massimizzazione della produzione e del profitto, tipica del modello industriale. La risposta del settore a questa pressione ha di fatto prodotto due fenomeni principali, l’intensivizzazione dei sistemi agricoli delle aree più produttive alle condizioni favorevoli del territorio e l’abbandono delle aree scarsamente produttive e marginali.

 

Insieme ai territori sono state marginalizzati saperi, tradizioni, agrobiodiversità locali e sistemi sociali rurali non rispondenti ai nuovi modelli produttivistici, beni comuni di cui oggi riscopriamo l’importanza fondamentale. Questa evoluzione del settore primario ha creato le condizioni per contenere i costi delle materie prime e del cibo fornendo materie prime e alimenti a basso costo all’industria, che così ha migliorato le proprie performance economiche, contenendo i salari degli operai che si sono riversati dalle campagne nelle città, abbandonando il lavoro agricolo. Il settore agricolo ha quindi fornito all’industria la manodopera e gli altri fattori produttivi necessari ai processi produttivi. Il settore agricolo ha avuto un ruolo strategico nella crescita economica dei sistemi moderni. I redditi delle famiglie sono cresciuti insieme alla capacità di spesa, in un processo che ha visto la spesa alimentare subire una contrazione percentuale costante nel tempo che ha fatto diminuire la spesa per alimenti ed aumentare progressivamente la spesa per beni e servizi offerti da altri settori dell’economia, consentendo un aumento della domanda di mercato per prodotti extra-agricoli.

In Italia negli anni Settanta l’incidenza della spesa alimentare di una famiglia superava il 30% mentre oggi sta circa al 18%.

Questa tendenza si conferma nel tempo con una riduzione progressiva quando il Pil cresce. Negli Stati Uniti per esempio la spesa per prodotti alimentari è pari all’8%, tutto il resto è destinato alla spesa di servizi e prodotti industriali. Se poi consideriamo la distribuzione del valore sulla filiera dei prodotti alimentari, ne emerge un dato molto indicativo. Infatti se noi consideriamo 100 euro di spesa in ortaggi di una famiglia italiana solo cinque euro rimangono all’agricoltore.

 

Una coltivazione biologica
La pandemia in atto può accelerare l’espansione di un modello sostenibile, basato sulla produzione locale e il biologico, perché si possa accedere a cibo sano con prezzi contenuti  (Foto: Pixabay)

 

È per questo che il sistema non è sostenibile?
Il ruolo marginale dell’agricoltura porta a tutta una serie di effetti negativi sia sull’ambiente che sulla salute dei cittadini. Il settore agricolo è spinto a competere sulla base del prezzo dei prodotti in un mercato globalizzato dove il costo del trasporto delle merci è basso e dove sono presenti soggetti economici di dimensioni sempre più grandi. L’agroindustria assorbe gran parte del valore aggiunto e l’agricoltura è soggetta a pressioni che la spingono ad attuare modelli di produzione non sostenibili. Molti paesi europei, per esempio, sono importatori netti di proteine, questo li espone a shock di mercato, l’aumento del prezzo del petrolio ad esempio si può ripercuotere sui prezzi al consumo, rendendoli vulnerabili a crisi del sistema globale, determinate anche da ragioni sanitarie che potrebbero rappresentare minacce future.

 

Un trattore avanza nei campi
Oggi riscopriamo alcuni beni comuni, rappresentati anche dai saperi agricoli, marginalizzati insieme ai territori rurali (Foto: Pixabay)


Cosa si può fare perché il settore agricolo torni ad avere un ruolo centrale e allo stesso tempo sia in equilibrio con l’ambiente? E l’emergenza Covid-19 quali conseguenze avrà?
La pandemia potrebbe accelerare questo processo. Sarà necessario diffondere i modelli di produzione locali, basati sull’ecologia e l’innovazione tecnologica, aumentando l’efficienza dei sistemi produttivi sostenibili per garantire alle famiglie, in una fase di transizione, di accedere ai prodotti sani e sostenibili a prezzi contenuti. Per far questo è necessario costruire una nuova alleanza tra consumatori e produttori. Serve una consapevolezza diffusa sulla primaria importanza del settore agricolo, sugli aspetti ambientali dell’agricoltura e di tutto il nostro sistema economico su scala globale.

Il sistema agroalimentare deve essere ripensato partendo dalle filiere e dal loro rapporto con il territorio.

Se vogliamo garantire sicurezza alimentare restituendo all’agricoltura un ruolo strategico nel sistema economico, dobbiamo dare spazio a sistemi di filiera alternativi, le filiere corte, che trasferiscono all’agricoltura gran parte dei margini di mercato e permettono agli agricoltori di fare scelte più sostenibili, anche quando questi comportano maggiori costi di produzione, garantendo le aziende agricole del territorio la sicurezza agli approvvigionamenti alimentari della popolazione. Questo modello parte come detto da una alleanza tra produttori e consumatori che implica cambiamenti nelle abitudini di consumo e quindi richiede scelte alimentari consapevoli da parte dei consumatori.

 

Un cliente fa acquisti presso un farmer's market
Per garantire la sicurezza alimentare serve un nuovo patto fra produttori e consumatori che passa anche attraverso una dieta diversa, meno legata alle proteine di carne

 

A proposito della dieta: nel suo studio “Organic and conventional agriculture Land Food Footprint and diet nexus: the case study of Tuscany, Italy” del 2018 afferma che la dieta è un fattore cruciale e che ha un impatto importante sulla sostenibilità dei sistemi agricoli…

Sì, la dieta deve essere compatibile con il modello di produzione locale. Il Land Food Footprint ci aiuta a misurare la terra effettivamente utilizzata per produrre il cibo necessario per soddisfare la domanda di una specifica regione. La quantità di carne presente nella dieta mediterranea, per esempio, è la quantità che i nostri sistemi agricoli “medi” riuscivano a sostenere con modelli di produzione sostenibile ed integrati nell’ambiente e con il territorio. Aumentare il consumo di carne significa chiedere al sistema produttivo locale una produzione che non è in grado di soddisfare con modelli di produzione sostenibili. La domanda maggiore di carne porta alla specializzazione delle produzioni che concentrano tutta l’offerta nelle zone dove è più efficiente quel tipo di produzione.

E’ la specializzazione, la monocoltura, che stressa di più l’ambiente, mentre le rotazioni sono in grado di ripristinare la fertilità naturale del suolo e mantenere inalterati gli equilibri tra terreno e pianta.

E lo studio del 2018 conferma che l’agricoltura biologica ha sì bisogno di più terra di quella convenzionale, ma il divario tra i due sistemi si riduce a seguito di cambiamenti nella dieta. L’agricoltura biologica potrebbe quindi nutrire la popolazione con la stessa quantità di terra necessaria per il convenzionale, se si riduce l’apporto di proteine animali nella dieta.

Scrive per noi

Carlotta Iarrapino
Carlotta Iarrapino
Analista, facilitatrice, comunicatrice e ambientalista. Laureata in economia a Firenze con master in Ambiente alla Scuola Sant’Anna di Pisa, svolge l’attività di consulenza dal 2000. È tra le fondatrici, nel 2008 di Contesti e Cambiamenti. Organizzazione, comunicazione e partecipazione le sue aree di intervento. È curatrice di BiodinamicaNews, la newsletter dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica.

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